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I giovani in cerca della propria strada: storie di sacerdoti che li accompagnano

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Padre Silvano Fausti, Don Fabio Rosini, Don Luigi Verdi: tre storie di sacerdoti che aiutano i giovani a trovare la propria vocazione e la testimonianza del giovane Don Andrea Cola e del suo sì al Signore. Le raccontano Antonella Magnago e Stefano Nassisi, con le foto di Romano Siciliani, su Sovvenire.

 

PADRE SILVANO FAUSTI
“CHI ASCOLTA LA PAROLA, CRESCE”
Quanto di più alto l’uomo può fare è fidarsi del Signore. In fondo, tutti i nostri peccati sono sempre mancanza di fiducia. Lì siamo tentati: “Ma credo davvero che il Signore fa?”. La Parola è un seme. Non conta l’immediato, la verità fruttifica: addirittura il cento per uno. Così fa la Parola in noi, diventiamo quello che ascoltiamo. ”Viene forse la lucerna per essere messa sotto il moggio?”. E ancora: “Così è il regno di Dio, come un uomo che abbia gettato il seme sulla terra: dorma o si alzi, il seme germoglia e cresce, come egli non sa”. E il chicco di senapa, il più piccolo che genera rami grandi per gli uccelli del cielo, perché la piccolezza accoglie tutti. L’azione di Dio è dunque il contrario del sogno biblico di Nabucodonosor, che vide un’enorme statua d’oro, simbolo del suo impero. È tipico dell’idolo essere grande, affascinante. E terribile, perché o stai dalla sua parte o sei distrutto. Non è così per Gesù: la croce sarà il massimo nascondimento, da lì si conoscerà chi è Dio. Che non si mette in mostra, non vuol imbrogliare la gente, né dominare. Dio è il sommamente nascosto, sommamente umile. L’invito di Gesù non è a mettersi in mostra, ma a fare luce. Il seme è l’identità, perché la Parola ci rigenera nel profondo. Chi ama non occupa tutto lo spazio, ma si nasconde e accoglie l’altro. Per questo è luce! Di quale parola io mi fido? Non quale parola vorrei seguire, ma quale parola di fatto io seguo? Isaia 55: «Ascoltate e voi vivrete!». Più ascoltiamo, più riceviamo! Che cosa? La nostra identità di figli amati da Dio. Se non hai fiducia e ti chiudi, non ricevi niente. Ascoltando, ti aumenta la capacità d’amare, e quindi di ricevere e di dare: e questo senza fine. Così conosco Dio e vengo ridonato a me stesso, sapendo chi sono io per il Signore.

DON FABIO ROSINI
DIO INVIA AL MONDO OGNUNO DI NOI
Un modo diffuso di sprecarsi e non valorizzarsi è avere uno scopo sbagliato nella vita. Soffriamo quando giriamo a vuoto. Ce lo indicano le catechesi di San Giovanni Paolo II sulla bellezza e la dignità delle creature: dobbiamo usare le cose per il loro vero scopo, non usarle male: avere un ‘verso dove’ sbagliato, o non usare le cose per il loro vero scopo, usarle male. L’affettività o il lavoro, ad esempio. Se solo ricordassimo la nostra altissima dignità di figli di Dio, redenti da Cristo, chiamati a chiedere luce allo Spirito Santo. Rispettando queste realtà, possiamo essere felici. ‘Come il Padre ha mandato me, così io mando voi’, che vuol dire per te? Ognuno di noi è un inviato. Non capisci i tuoi studi, la tua ricerca di lavoro, il tuo corpo, finché non scopri che hai una missione. Questo mondo ci invita ad usarli per avere successo, per essere al centro della realtà, ma è una menzogna. Io non ho la vita per essere desiderato. E se pure lo raggiungessimo, questo successo stupido e futile ci porterebbe alla solitudine, fuori dalla realtà, perché la verità dell’uomo è la relazione. Io sono nato per amare.
La Vergine Maria capisce se stessa perché la sua vita è compiere la Parola di Dio: ‘Eccomi’. Ognuno di noi è una parola unica detta da Dio al mondo, come quando ordinò ‘Sia la luce’. Scriveva Caterina da Siena “se sarete ciò che siete, incendierete il mondo!”. C’è un fuoco che ognuno porta dentro, perché l’amore è legato alla responsabilità, parola a prima vista esigente e carica di doveri, in realtà liberante. Il mondo è una domanda a cui posso rispondere. Se non sono questa risposta, io parlo a vuoto. Preghiamo lo Spirito Santo perché ognuno di noi compia la missione per cui è nato. Questa è la nostra felicità.

DON LUIGI VERDI
IN CAMMINO, FIDANDOCI DI GESÙ
Educare vuol dire aiutare qualcuno a svegliarsi. Non c’è da invadere l’intimità di nessuno, c’è invece un’unicità di vita da rivelare. Gesù è venuto a svegliare ciò che dormiva dentro di noi. Uno dei grandi mali dei giovani è la solitudine. Tutti i beni che hanno li rendono più soli, non responsabili: scaricano le colpe sugli altri e non sono più reattivi. A ritmi frenetici, consumano ogni cosa. Il filosofo Nietzsche di stanchezza e solitudine del nichilismo diceva: “.. faremo tutti fatica a trovare un luogo dove ci si sente a casa”. Ma ciò che serve ad un giovane (e a tutti) è un po’ di pane, un po’ di affetto e sentirsi a casa. Per cominciare va sciolto il nodo odio-perdono-libertà. Da ragazzo, per anni sono stato maltrattato da mio padre e solo in punto di morte ho capito i suoi limiti. Facendo pace con il passato, apri gli occhi con coraggio: dipende da te se vuoi alzarti, non si cambia restando comodi. Siamo la generazione più schiava della storia, dipendenti da tutto, omologati anche nelle aspirazioni da modelli di vita prepotenti, avvelenati, ed è necessario spezzare le catene. Apri il tuo cuore: la parola latina ‘spes’ (speranza) viene da ‘pes’ (piede), il metterti in cammino è la forza che ti fa entrare nel futuro. Gesù ci chiede di fidarci, come nella notte silenziosa della Resurrezione, in cui solo chi ama crede all’impossibile. L’amore è sempre una svolta, non un punto d’arrivo. Papa Francesco dice ai giovani: non fatevi manipolare, ribellatevi, gridate. La nostra tristezza nasce dall’aver lasciato indietro le elementari speranze, in cerca di chissà cos’altro.

DON ANDREA COLA :“Così ho risposto ‘sì’ al Signore”
Quando a 10 anni iniziai a fare il chierichetto nella parrocchia di Santa Bernadette Soubirous, a Roma, ero entusiasta. Essere utile per il Signore mi procurava una gioia immensa. Fu allora che Dio mi chiamò. Tempo due anni, manifestai l’intenzione di prendere i voti. A scuola e in famiglia accolsero l’idea, ma nel mio quartiere, Colli Aniene, molti iniziarono a deridermi. Grazie alla fede, agli amici e alla comunità trovai la serenità per non chiudermi in me stesso e il mio proposito invece di morire si rafforzò. Iniziai a visitare gli anziani della mia zona: stare con loro –forse perché non ho conosciuto i miei nonni– non mi stancava mai. Nei loro occhi vedevo la luce di Gesù. L’incontro poi con don Roberto Savoja, parroco di grande carisma, si rivelò decisivo. Per trovare la propria strada è necessario pregare tutti i giorni, confessarsi di frequente, partecipare alla S.Messa e impegnarci in opere di carità. Così diamo al Signore la possibilità di parlarci. Sono profondamente grato ai fedeli che donano l’Offerta, specie ora che sta a me tenere viva la vocazione di altri che Dio ha già chiamato”.


Argomenti: Chiesa in Italia Storie
Tag: #8xmille #Sovvenire #vocazioni giovani sacerdote
Fonte: UCS