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L’intervista di Famiglia Cristiana a Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI
di Giulia Cerqueti

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Attraverso le tortuose stradine di campagna sulle colline soleggiate intorno a Fabriano, monsignor Stefano Russo raggiunge la parrocchia di San Michele Arcangelo, a Murazzano, minuscola frazione di Sassoferrato (Ancona), una quarantina di abitanti in tutto. Alcuni fedeli lo aspettano fuori dalla chiesa per dargli il benvenuto. E lui, vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica, si ferma a parlare con tutti, stringe la mano a una giovane coppia del Camerun accolta lì vicino. «Per usare un termine caro a papa Francesco», esordisce il parroco don Aldo Buonaiuto, «da questa periferia monsignor Russo è stato chiamato a servire tutta la Chiesa italiana». Scroscia l’applauso dei fedeli. Il vescovo abbassa il capo e accenna un sorriso. È un uomo riservato, umile, un pastore schietto che non ama il clamore, don Stefano. In questa parrocchia di periferia nelle campagne marchigiane, domenica 30 settembre monsignor Russo celebra la sua prima Messa nella veste di nuovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana.

Originario di Ascoli Piceno, 57 anni anni, monsignor Stefano Russo, ordinato vescovo il 28 maggio del 2016, il 18 giugno ha fatto il suo ingresso in diocesi. Laureato in Architettura, ha sempre ricoperto incarichi di responsabilità nel campo della conservazione, cura e gestione dei beni culturali e artistici ecclesiastici, prima nella diocesi di Ascoli Piceno, poi nell’ambito della Conferenza episcopale
marchigiana. Dal 2005 al 2015 è stato direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale italiana. Da vescovo, ha dovuto affrontare un periodo particolarmente tormentato per la sua diocesi, messa in ginocchio dal terremoto del Centro Italia, pochi mesi dopo la sua nomina. Il sisma ha danneggiato circa tremila chiese, quaranta luoghi di culto nella diocesi di Fabriano-Matelica sono ancora chiusi. Nella fase della ricostruzione il vescovo ha portato alla Camera dei deputati l’istanza della riapertura delle chiese colpite, chiedendo semplificazione e velocità delle procedure della ricostruzione, unite a trasparenza, regolarità e sicurezza degli interventi. Le chiese, spiega, sono luoghi identitari forti non solo in quanto centri di fede, ma come luoghi di riconoscimento di una comunità. «Il Centro Italia è caratterizzato da una miriade di piccoli centri storici di immensa bellezza dove le chiese rappresentano un valore al di là della fede. La loro ricostruzione è fondamentale per la rinascita anche psicologica degli abitanti». E aggiunge: «Il senso della precarietà si avverte molto. Ma questo territorio è straordinariamente bello e pieno di valori. La gente è tenace, caparbia, generosa, dedita al lavoro, legata al territorio».

Ripercorre gli inizi della sua vita sacerdotale. Voleva diventare architetto, racconta. La vocazione è arrivata a 22 anni, mentre studiava all’Università di Pescara. «Vivevo un’esperienza forte di comunità nel Movimento diocesano dell’Opera di Maria, nell’ambito del movimento dei Focolari. Questo cammino cristiano è stato fondamentale per decifrare la mia vocazione. La comunità ha fatto da amplificatore alla chiamata: se fossi stato da solo non avrei saputo rispondere». E un ricordo caro: «Il giorno in cui celebrai la mia prima Messa in parrocchia ad Ascoli, il parroco don Nildo Astoli disse: “Lui ha studiato architettura. Ma quale architettura! Il Signore l’ha chiamato a disegnare altri spazi”. È stato profetico perché ho messo a frutto i miei studi. L’architettura ti aiuta molto a creare
delle composizioni, a organizzare tutti gli elementi, ad avere uno sguardo sul particolare e sul globale».

Grande sportivo, è appassionato di calcetto, tennis, basket. «Fino a un anno fa una volta a settimana andavo con alcuni sacerdoti ad allenarmi nella palestra del vecchio seminario di Fabriano». Un’attività che ha sempre amato è lo sci. «Ma adesso mi hanno chiamato a fare altri slalom», commenta con la fine ironia che lo caratterizza. E poi la musica: «Mi piacciono molti generi, per esempio i compositori italiani come Ludovico Einaudi, Alberto Cacciapaglia. E soprattutto Giovanni Allevi, che è di Ascoli Piceno. Lo conosco bene, in da ragazzino, perché frequentava la mia parrocchia. Conosco anche i suoi genitori». Dal palazzo vescovile di Fabriano, a ianco della cattedrale di San Venanzio, don Stefano scende in piazza del Comune per un caffè al bar. In tanti si avvicinano per congratularsi. E lui si ferma volentieri, sempre con il sorriso e la battuta pronta. «Auguri Eccellenza, ma per la nostra diocesi è un grande dispiacere», dicono molti. È il sentimento che accomuna un po’ tutta la cittadinanza, come ricorda don Tonino Lasconi, il suo vicario, oltre che scrittore, giornalista, esperto di comunicazione: «La sera del 28 settembre, quando è arrivata la notizia della nomina, gli ho mandato un messaggio WhatsApp, perché il vescovo è molto tecnologico, e gli ho scritto: “Sono molto contento… ma quanto mi dispiace”. Monsignor Russo è una persona di grande bontà e semplicità. Per lui la nuova nomina è una straordinaria opportunità e sono convinto che farà un grande lavoro, ma qui ci mancherà». Don Stefano è ancora frastornato, sorpreso. Ha accolto questa chiamata
con umiltà e fiducia. «Quando Dio ti interpella non puoi tirarti indietro. Ti domandi se avrai le capacità per assolvere
al compito che ti viene chiesto. Ma ti affidi completamente a Lui e pensi che se ti ha chiamato, puoi farcela»
(di Giulia Cerqueti)

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Argomenti: Cei Chiesa in Italia
Tag: Famiglia cristiana Stefano Russo
Fonte: UCS