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Ici. Mons. Russo: “Giusto pagare, ma i servizi ai poveri non vanno considerati commerciali”. L’intervista a La Stampa

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«È giusto che chi fa attività commerciali paghi le tasse, senza privilegi o esenzioni. Ma è necessario anche distinguere per non fare di ogni erba un fascio considerando “commerciali servizi che vengono resi alla società e specie ai più poveri». Il vescovo Stefano Russo, da poche settimane nuovo segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), commenta a caldo con La Stampa la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha ribaltato le decisioni prese negli anni passati dalla Commissione e dal Tribunale della Unione europea attestanti l’impossibilità per lo Stato italiano di riscuotere l’Ici non pagata dagli immobili appartenenti agli enti ecclesiastici – e non solo – per gli anni che vanno dal 2006 al 2011.

Che cosa pensa della decisione della Corte di Giustizia europea?
«Innanzitutto, partiamo da un dato molto positivo, contenuto in una sentenza che fa finalmente chiarezza.
Non accogliendo il ricorso relativo anche al pagamento dell’Imu – la tassazione introdotta dal governo italiano 2012 che prevede l’esenzione dall’imposta nel caso di attività senza fini di lucro e svolge in modalità non commerciale – la Corte di Giustizia europea ha riconosciuto il valore sociale di tante opere e di tante iniziative che vengono svolte nei locali direttamente o indirettamente riconducibili alla Chiesa, alle diocesi, agli ordini religiosi».

E le altre attività, quelle commerciali?
«Il Papa l’ha detto in un’intervista di qualche anno fa: un collegio religioso, essendo religioso, è esente dalle tasse, ma se lavora come albergo è giusto che le paghi.
Nessuno vuole difendere chi prova a “fare il furbo. È ovvio che chi esercita delle attività commerciali è tenuto a pagare le tasse come tutti gli altri. È giusto che sia così e noi siamo anzi chiamati a dare il buon esempio, specie in un Paese come il nostro che ha il più alto tasso di evasione d’Europa: è una questione, in fondo, di solidarietà. Le tasse infatti servono al bene comune, per offrire servizi adeguati ai cittadini, alla collettività».

La Chiesa chiede privilegi in questo campo?
«No, nessun privilegio. Come ribadisce però la stessa sentenza della Ue, è altrettanto giusto esentare le attività che offrono un servizio senza fini di lucro, un servizio alla società, al territorio, a chi ha più difficoltà. Questa esenzione non va percepita come un privilegio, ma come un riconoscimento del ruolo sociale di queste attività, che talvolta, visto l’emergere di sempre nuovi bisogni e nuove povertà, svolgono una sorta di supplenza e agiscono là dove le istituzioni pubbliche spesso non riescono ad arrivare».

Che cosa accadrà ora per l’arretrato riguardante gli anni che vanno dal 2006 al 2011?
«La sentenza afferma che, prima di decidere, la Commissione europea avrebbe dovuto verificare in modo più minuzioso l’impossibilità per lo Stato italiano di recuperare le somme eventualmente dovute nel quinquennio in questione. Staremo a vedere che cosa accadrà e quali saranno i prossimi passi che l’Italia adotterà al riguardo. La Chiesa italiana l’ha ribadito più volte: chi svolge un’attività in forma commerciale – ad esempio, di tipo alberghiero – è tenuto, come tutti gli altri, a pagare i tributi dovuti. Senza eccezioni e senza sconti. Allo stesso tempo, bisogna distinguere bene la natura e le modalità con cui le attività vengono condotte».

C’è qualcosa che la preoccupa?
«Ritengo sia necessario fare attenzione a non far ricadere nell’ambito commerciale attività che in realtà sono servizi a favore di tutti, in molti casi dei più deboli, dei più disagiati, delle persone che hanno difficoltà. Le attività potenzialmente coinvolte sono numerose e spaziano da quelle assistenziali e sanitarie a quelle culturali e formative e non riguardano semplicemente gli enti della Chiesa».

(di Andrea Tornielli)



Argomenti: Cei