Placeholder image
Dio non abita più qui? A Roma un convegno sulle chiese dismesse. L’intervento del Segretario generale della CEI, mons. Stefano Russo
di Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI

Condividi:

Andando a guardare la realtà italiana è evidente che le chiese hanno una incidenza rilevante sul patrimonio architettonico sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo come forse in nessun altra nazione al mondo. Le statistiche conseguenti gli elenchi forniti dalle Diocesi e il lavoro di censimento delle chiese che le stesse stanno portando avanti non fanno che confermare tale impressione. Le vicende storiche che hanno caratterizzato il nostro paese dall’avvento del cristianesimo ad oggi e la sua particolare conformazione orografica mettono in evidenza anche la singolare distribuzione di questo patrimonio. In questo senso non ci deve sorprendere il fatto che in alcune Diocesi di dimensioni medio-piccole del centro Italia, fortemente toccate dai terremoti che si sono susseguiti dall’agosto del 2016, ritroviamo la maggiore incidenza delle chiese rispetto al numero di abitanti. Parliamo in questi casi di statistiche che si avvicinano a 100 abitanti per edificio di culto.

Non possiamo non mettere in evidenza che la grande maggioranza degli edifici di culto è di valore storico artistico e che nonostante la veneranda età che li contraddistingue sono giunti fino a noi spesso in buone condizioni di conservazione. Il principale motivo per cui ciò è accaduto è che nel tempo si è mantenuta la loro destinazione al culto. L’attaccamento che ancora oggi le comunità nutrono nei confronti delle chiese è un dato che ne ha favorito la loro sussistenza. Fino a quando esistono le condizioni di un utilizzo anche minimo al culto ritengo che sia importante privilegiare il mantenimento di questa destinazione d’uso. E’ lodevole lo sforzo che alcune Diocesi hanno fatto negli ultimi anni nel favorire la costituzione di Associazioni di volontariato per l’apertura delle chiese dando vita ad operazioni dalla forte valenza culturale e permettendo la custodia, la fruizione e la conoscenza di questi particolari edifici. Ugualmente interessante è l’attenzione di alcuni enti ecclesiali che si sono presi cura di edifici di culto rigenerandoli e ravvivandone l’uso cultuale, favorendone di conseguenza il mantenimento ed il decoro.

Proprio il forte carattere identitario che queste architetture rivestono per il nostro paese, al di là dell’appartenenza religiosa delle persone, fa si che comunque siamo molto interessati al loro utilizzo “altro” soprattutto quando vengono ridotte all’uso profano.

Il più delle volte il “carattere” di questi edifici è tale che solo determinate destinazioni d’uso profane risultano appropriate, in particolare quando è previsto il mantenimento della fruizione pubblica di questi spazi. Il tentativo di definire delle linee guida orientative che tengano conto delle esperienze in atto può costituire un buon servizio.

E’ proprio l’esperienza che ci fa dire ad che la destinazione d’uso culturale può essere quella da privilegiare. Esistono diversi esempi interessanti di conversione ad auditorium o a biblioteche.

Alcune trasformazioni in ristoranti impiantati in chiese che mantengono al loro interno in gran parte inalterato l’apparato liturgico, scultoreo e decorativo risultano invece assolutamente inopportune, così come mi sembra inopportuno, onde evitare confusioni, l’uso di ex edifici di culto per la celebrazione di matrimoni civili.

Guardando a quello che sta accadendo comprendiamo che la questione di un uso “altro” delle chiese andrà crescendo con il passare degli anni. Confido che come comunità cristiane riusciamo a trovare delle valide soluzioni anche al nostro interno e che nel confronto con le istituzioni possiamo comunque condividere dei percorsi che favoriscano delle trasformazioni equilibrate e consone al carattere di tali architetture.

Letto dal card. Ravasi il messaggio di Papa Francesco al convegno sulla dismissione dei luoghi di culto: “Il senso comune dei fedeli – sottolinea il Pontefice – percepisce per gli ambienti e gli oggetti destinati al culto la permanenza di una sorta di impronta che non si esaurisce anche dopo che essi hanno perduto tale destinazione”

Il messaggio di Papa Francesco


Argomenti: Cei Chiesa in Italia Cultura
Tag: beni culturali ecclesiastici Cei Stefano Russo
Fonte: UCS