Placeholder image
Un modello di Chiesa che va incontro all’uomo con lo stile di Gesù Cristo
di Mons. Stefano Russo
Segretario Generale della CEI

Condividi:

Cari amici di Vita Pastorale,

quando il direttore, don Antonio Sciortino, mi ha chiesto di scrivere queste righe, ho accettato subito volentieri, pensando che in questo modo mi viene offerta l’opportunità di entrare nelle case di tanti confratelli, che condividono con me il dono e la responsabilità di un ministero nella Chiesa.

Quando il Papa mi ha scelto come Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, dopo un primo momento di smarrimento, ho accolto con tale spirito questa ulteriore chiamata nel segno dell’affidamento e dell’adesione incondizionata alla volontà del Signore. Ho accettato l’incarico consapevole dei miei limiti e del fatto che ogni cosa vada portata avanti con serietà, impegno e spirito di servizio.

Allo stesso tempo, appena avuta la notizia della nomina, il pensiero è corso alla mia Chiesa, alla quale mi lega un affetto profondo. La diocesi di Fabriano-Matelica – di cui sono Pastore soltanto da due anni e mezzo –, insieme ad altre Chiese locali (di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria), è stata duramente provata dal terremoto. Il sisma, e la difficile fase che ne è seguita, ci ha visto costruire un legame solido, fatto di prossimità, condivisione e impegno per la ricostruzione. Porto con me la ferita e l’orgoglio di persone che, nonostante le difficoltà e le fatiche che il terremoto determinano, hanno la voglia di riemergere. Ce la stanno mettendo tutta e la Chiesa è al loro fianco: il nostro pensiero e il nostro impegno per la ricostruzione e la rinascita del territorio non verranno mai meno.

Non posso non mettere in evidenza come in questa prova, che ancora condiziona il vissuto di tante comunità del centro Italia, ho potuto condividere con gli altri Vescovi un cammino di confronto e dialogo nel segno di quella collegialità che deve caratterizzarci nel servizio alla comunità ecclesiale e sociale. Ciò esigerà anche per il futuro di affrontare in spirito di unità le impegnative sfide che siamo chiamati a gestire, agendo in un disegno fortemente caratterizzato dalla sinodalità, quindi frutto e conseguenza dell’azione di uomini di Chiesa che vivono il ruolo che è stato loro assegnato nel segno della comunione e della corresponsabilità.

In questa prospettiva, mi sostiene sapere di poter contare su tante persone al servizio della Chiesa e questo renderà ancora più fecondo il mio ruolo di “raccordo” ad intra in Cei e di “ascolto” ad extra, verso le diocesi di tutta Italia.

Ecco, come in un famoso film quando l’avvocato chiede “me lo spieghi come se avessi sei anni”, alla domanda “ma cosa fa il Segretario generale?”, la risposta non può che essere: ascolta, guarda, si confronta e, alla fine, lavora per gli altri. Agisce – in una dimensione di risposta e di dialogo – per e con i vescovi che sono a capo delle chiese locali, tenendo sempre viva la comunione.

In questo, mi tornano alla mente alcune parole forti del Santo Padre. Durante una veglia di preghiera promossa dalla Cei in Piazza San Pietro alla vigilia del primo Sinodo sulla famiglia, Papa Francesco ci indicò i tre contenuti che avrebbero dovuto caratterizzare quell’esperienza: il dono dell’ascolto («ascolto di Dio e ascolto del popolo», ricordò); la disponibilità a un confronto sincero, aperto e fraterno che – disse il Papa – «porti a farci carico con responsabilità pastorale degli interrogativi che questo cambiamento d’epoca porta con sé», infine Francesco aggiunse lo sguardo, ricordandoci che «se davvero intendiamo verificare il nostro passo sul terreno delle sfide contemporanee, la condizione decisiva è mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del suo volto».

Ascolto, confronto e sguardo. Nell’iniziare questo nuovo tratto di strada sono queste le tre indicazioni che intendo far mie, per contribuire insieme a voi a una forma di Chiesa, che va incontro all’uomo con lo stile di Cristo Gesù. Quella che costruiamo è una storia che non è solo conseguenza del nostro impegno e della nostra capacità, ma che è scritta dal Signore servendosi di noi. In questo rapporto si gioca anche la nostra libertà, secondo un cammino che il Signore ci propone tutti i giorni.

Quello della libertà rimane un tema essenziale, affrontato anche dall’ottava edizione Festival della Dottrina Sociale della Chiesa svoltosi il mese scorso a Verona sotto il titolo “Il rischio della libertà”: titolo davvero provocante nel senso più bello e vivo dell’etimologia, ossia chiamare fuori, tirar fuori da noi quello che di bello e di buono alberga nei nostri cuori. Se abbiamo la forza e il coraggio di metterci assieme e raccontarci, in uno stile di confronto e di dialogo, sperimentiamo che la libertà non è una cosa astratta, ideale. Una volta che hai incontrato Cristo e lo segui lungo il cammino, quello che fai e quello che sei fa toccare con mano che la sequela non può essere ridotta all’osservanza di una serie di regole morali, ma richiede piuttosto di stabilire con Lui un rapporto di fiducia incondizionata e, parimenti, che la vita trova il suo senso nella misura in cui ci si mette a servizio dell’altro.

Pensiamo a Maria: è la donna dell’Avvento, che con il suo “Eccomi” nell’abbandono fiduciale affronta il rischio della libertà. Maria, che nel Natale ha fatto arrivare a noi una salvezza che non tramonta e che ci fa dire anche oggi: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini, amati dal Signore”.



Argomenti: Cei Chiesa in Italia
Tag: #CEInews Cei
Fonte: UCS