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De Gasperi: lettere che interpellano ancora una nostra risposta
di Ivan Maffeis*

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Presentazione dell’Edizione nazionale dell’epistolario di Alcide De Gasperi
Archivio storico del Quirinale, 5 aprile 2019

“Perché non ci sono più uomini come De Gasperi? O come altri grandi politici, che hanno fatto la storia senza approfittarne, senza trascinare popoli e nazioni in immani tragedie, ma, al contrario, guidandoli verso fasi positive e costruttive?”

Sono le domande con cui una decina d’anni fa, concludendo un convegno fra le Dolomiti trentine, il prof. Giuseppe Tognon dava voce al bisogno di una comunità di riconoscersi in figure rappresentative; più ancora, al bisogno di ritrovarsi attorno a una memoria condivisa, consapevoli che essa – la memoria – non costituisce il passato, ma la chiave del presente, la forma stessa del nostro pensiero.

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Signor Presidente, Signori e Signore.

Qual è, dunque, il segreto di uomini come De Gasperi? Una traccia di risposta passa proprio dall’epistolario in quanto tale: prima ancora di entrare nel contenuto delle lettere, non si può non rimanere colpiti dal loro insieme, dalla loro espressività. Nessuna di esse è formale: c’è sempre un pensiero, un’espressione, un monito, un richiamo, un incoraggiamento. Le lettere testimoniano il rispetto profondo, assoluto, dell’Autore per la persona e la sua dignità, per la comunità e i suoi valori; dicono di relazioni non sporadiche, ma fedeli nel dispiegarsi del tempo e delle situazioni. La prosa di questo corpus esprime come l’arte del governo sia frutto di esercizio, di una lettura intelligente e libera degli avvenimenti politici ed ecclesiali, ma anche di prossimità, di immaginazione emotiva, di capacità di ascolto e di comunicazione interpersonale cercata, attesa e coltivata.

La parabola di De Gasperi racconta di quanto quest’uomo non abbia avuto timore di allargare lo spazio vitale della sua comunità. Da Pieve Tesino a Vienna, da Vienna a Roma, da Roma all’Europa. Un politico che faceva spazio all’uomo, oggi si direbbe un politico inclusivo. Si era formato in un Impero in crisi, attraversato da cambiamenti politici, amministrativi e istituzionali: l’annessione del Trentino all’Italia, l’occupazione da parte del regime fascista di ogni sfera della vita sociale, il conseguente venir meno della presenza organizzata dei cattolici. Denigrato, minacciato, perseguitato e umiliato, conobbe sulla propria pelle l’ottusità dei forti e la pusillanimità dei meschini. Immerso nel cattolicesimo sociale, capiva il senso del disegno della Chiesa di ricostruire un’egemonia diversa sulla società, ma sapeva che passare da un piccolo Stato pontificio ad una «nuova cristianità» non sarebbe stato possibile senza la giusta dose di libertà, di indipendenza e di rispetto della comunità dei credenti. De Gasperi colse il paradosso della Chiesa cattolica di quel tempo, che voleva mobilitare i cattolici senza dare loro gli strumenti necessari per essere cittadini responsabili e protagonisti. De Gasperi abbracciò la politica quale approdo necessario del sentimento morale e sociale dei cattolici dell’Ottocento; la visse come una missione, “la forma più alta ed esigente di carità” (Paolo VI) con cui declinare i principi dell’umanesimo cristiano; la scelse soffrendone i limiti, eppure senza mai rinunciare al dialogo e all’alleanza – anche di governo – con altre tradizioni culturali e politiche, purché di accertata estrazione liberaldemocratica.

Soffermandoci su queste lettere, avvertiamo emergere una statura morale di cui oggi sentiamo la carenza.  Ci chiediamo come facesse a lavorare con quella intensità, quel rigore e quell’attaccamento al dovere, compiuto con modestia e umiltà, fino al sacrificio di sé. L’epistolario ce ne mostra la coscienza educata e libera, l’autonomia intellettuale, le convinzioni che lo animarono; ci fa sentire che cosa significhi donarsi alla politica, scelta a caro prezzo, pagata spesso con la solitudine. Come si fa a resistere al peso della politica? Come evitare di diventare cinici? In realtà, la generazione di De Gasperi aveva ispirazioni forti, vivo senso di responsabilità, respiro politico di lungo periodo, sostenuto con lealtà e coraggio, con fermezza di volontà e di carattere. Credeva nella storia e nelle sue leggi, più che nella tecnica e nei suoi padroni.

Ci possiamo chiedere da dove venissero la sua serenità d’animo, la sua sicurezza interiore e la sua condotta esemplare, nella vita privata come in quella pubblica. La risposta è nell’inchiostro stesso di queste lettere, nella fede cristiana genuina e coerente, priva di retorica, profonda e mai ostentata. La risposta è nell’affetto della famiglia, nell’amore alla Chiesa e, in definitiva, in una grande intuizione ideale. Molte sue lettere rivelano fatica e preoccupazione, ma De Gasperi sa che non può permettersi di rivelarsi debole sui principi. Opera in un contesto geopolitico difficilissimo, ma più degli eserciti e dei dittatori teme l’incontro dell’ingiustizia con la povertà. Mostra di aver bene in mente le radici conflittuali della politica moderna e sa che l’unico modo per evitare la violenza è quello di prendere sul serio i valori positivi delle rivoluzioni per svuotarle del loro veleno. Avverte l’operare insieme, nel quadro di uno Stato di diritto e con istituzioni forti, come l’unico modo perché la comunità possa trasformarsi in società civile. Corre alla mente la definizione di un altro grande trentino, Antonio Rosmini, il quale – ben prima di Maritain o di Mounier – diceva che «la persona umana ha nella sua stessa natura tutti gli elementi costitutivi del diritto: essa è il diritto sussistente, l’essenza del diritto».

Le lettere, cari Amici, ci consegnano anche la pazienza e la costanza di De Gasperi. Egli sa che deve provarci sempre, come sa che non tutto è nelle sue mani. Si affida all’intelligenza degli interlocutori. Scommette sugli avversari politici e cerca di anticiparne le mosse. Li osserva, li studia, li stupisce. Invecchiare – e forse non soltanto in politica… – significa conoscere, capire e comprendere meglio gli altri.

Nella lectio degasperiana del 2016, Lei – Signor Presidente – ci ricordava che le basi morali della democrazia sono il vero patrimonio dell’Europa: “Non sono le banche o le transazioni commerciali che hanno determinato l’Unione europea – sottolineò – ma uomini politici e parlamentari lungimiranti: non sono le crisi finanziarie che potranno distruggerla, ma soltanto la nostra miopia nel non riconoscere il bene comune”. Il peggior tradimento di De Gasperi e dei padri della Repubblica sarebbe di ritornare ai suoi tempi, alla lotta tra le nazioni sulla pelle dei giovani, così da rendere inutile un secolo di passioni per la pace e l’uguaglianza. Il rischio c’è, ma dal proprio tempo non si può uscire che in avanti.

Queste lettere ancora interpellano la nostra risposta.

*Sottosegretario CEI

 


Argomenti: Cultura
Tag: Alcide De Gasperi Lettere Paolo VI
Fonte: UCS