Salvata dalle acque. Quella preghiera in mare a Maria nel racconto di Josepha
Salvata dalle acque. Quella preghiera in mare a Maria nel racconto di Josepha

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Calunniata: “La naufraga con lo smalto”. Dileggiata: “Un’attrice, perché lo smalto è intatto dopo 48 ore in acqua”. Schernita: “Scappa dalla guerra ma si è pitturata le unghie”. Oltraggiata: “Le mani non hanno l’aspetto spugnoso tipico di chi resta in acqua per ore”. Offesa: “Non c’è stato alcun naufragio”. Infine dimenticata. Fino a ieri, quando Josepha ha deciso di parlare.
Il campionario delle armi tossiche razziste ha dato il peggio, esondando sopra il corpo immobile di una donna quasi morta i peggiori rigurgiti suprematisti. Era il 16 luglio quando venne tratta in salvo quasi per caso.

Intanto Josepha, curata dalla Croce rossa spagnola in una struttura protetta, ha continuato a lottare contro i fantasmi di quella sera. Gli spettri che tra le onde le preannunciavano la fine, com’era avvenuto qualche ora prima con l’ultimo spasimo di un’altra profuga e del suo piccolino, ustionati e avvelenati dalla soda caustica esalata dal carburante del gommone a contatto con l’acqua salata.

Ieri, per la prima volta, abbiamo ascoltato la voce di Josepha. Un breve messaggio vocale. Una cantilena dolce e malinconica. «Sto meglio. Ringrazio tutti. Oggi comincio a muovere i primi passi». Poi ci è arrivata una sua foto, appena sorridente, finalmente in piedi. Josepha si sta rialzando. E con lei anche quanti hanno creduto e credono che la vita non si baratta con un sondaggio elettorale o un tweet raccatta-consensi.

Da cento giorni Josepha non riusciva più a muovere le gambe. L’ipotermia, certo. Ma più di tutto lo choc. «Ho pensato che ero già morta», ha detto il giorno dopo il soccorso. Parole proferite a fatica. Sillaba dopo sillaba.

È stata Josepha a dire che adesso quel racconto andava fatto conoscere al mondo. Sono le confidenze di una sopravvissuta. E ha scelto Avvenire.

Difficile non versare neanche una lacrima con quel foglio tra le mani. «Ho cominciato a pregare, ho invocato la Vergine del Mare. Le ho detto: “Mamma, tu sei mia madre, sei la Stella del Mare, e qui siamo solo io e te. Fa un miracolo, e vieni qui a trovarmi”».
Più di un giorno e una notte alla deriva. Josepha era scampata agli aguzzini libici, ai trafficanti del Sahara, prima ancora era sfuggita ai suoi parenti. Lei, sposata, non riusciva ad avere figli. Un’infamia. Pagata con umiliazioni, botte, insulti. Josepha pregava, mentre cercava un’altra possibilità. Pregava quando di nascosto ha seminato i secondini del suo stesso sangue, che la nascondevano alla vergogna del villaggio.

Chissà quante volte si sarà pentita, mentre il freddo le ingessava le ossa, con solo la testa fuori dall’acqua scura. Quante volte ad ogni schiaffo del mare avrà detto mea culpa per aver osato desiderare una vita migliore. Perché se sei povero in un Paese povero, non è vero che sognare non costa nulla. Chissà se avrà maledetto la tentazione di vivere da donna libera, non più sottomessa, in un continente cristiano, in un posto nel quale forse, un giorno, qualcuno l’avrebbe amata davvero.

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Argomenti: Migranti Storie