Palermo. Rapporto Caritas. Braccianti e badanti, le vite sottocosto. Il reportage di Avvenire
Palermo. Rapporto Caritas. Braccianti e badanti, le vite sottocosto. Il reportage di Avvenire

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È morto di fame a marzo all’ospedale di Modica dopo mesi di schiavitù in Libia. Alla breve vita del giovane eritreo Tesfalidet Tesfom, vittima dei muri d’Europa, è dedicata la quarta edizione del Festival delle culture mediterranee Sabir, che ha aperto i battenti ieri a Palermo. Organizzato da Arci, Acli, Caritas, Cgil e A Buon diritto affronterà fino a domenica i temi del diritto alla mobilità. All’inaugurazione il sindaco Leoluca Orlando si è detto «razzista, perché riconosco una razza sola, quella umana». La presidente di Arci Francesca Chiavacci ha salutato la nave Mare Ionio (sulla quale c’è il giornalista di Avvenire Nello Scavo) «che ha il compito di monitorare e denunciare quello che accade nel Mediterraneo centrale e di cui non si vuole parlare».

Caritas italiana ha ricordato che a due anni dalla legge 199 anti caporalato, molta strada resta da fare nelle campagne. Lo conferma ‘Vite sottocosto’, il secondo rapporto del progetto Presidio curato da Manuela De Marco, che l’organismo pastorale ha organizzato in 11 diocesi italiane colpite dalla piaga. Oltre 5.000 sui 60/100mila lavoratori in nero stimati dalla Cgil nel rapporto ‘Agromafie’ sono stati censiti e intervistati.

«Caritas intercetta le persone in condizioni peggiori – spiega il ricercatore dell’università di Urbino Eduardo Barberis – solo un terzo ha un contratto e fra questi meno della metà ce l’ha in mano. È lavoro grigio. A questa fragilità si associa quella abitativa: un quinto sono senza dimora o vivono in baraccopoli. Chi vive in alloggi condivide un posto letto in strutture senza servizi. Solo il 5% sta in Cas o Sprar. La salute di quasi la metà è precaria. Difficile adire le vie legali. I tempi della giustizia sono lunghi. Dimostrare la riduzione in schiavitù o lo sfruttamento diventa difficile». Due aspetti dello sfruttamento preoccupano Oliviero Forti, responsabile dall’ufficio immigrazione della Caritas. «Anzitutto la forza del caporalato che si basa su una rete di complicità. Le reti di supporto e sfruttamento sono quasi indistinguibili. Il medico che stila il referto magari è connivente o il legale non sta dalla tua parte. È un sistema dove tutto si paga: una tariffa di ingresso di 200 o 500 euro, una quota di compensi giornalieri al caporale che arriva alla metà dei 2,5 3,5 euro orari. Più i soldi per alloggio trasporto e cibo». «Un sistema sociale – lo definisce il sociologo Francesco Carchedi – di sfruttamento, questo è il caporalato. Che non si esaurisce con la persona del caporale che spesso è un caposquadra».

Tra poche settimane partirà Presidio 3.0 che cercherà di coinvolgere più diocesi in un’opera di sensibilizzazione anche con un video realizzato con migranti. «Occorre concentrarsi – conclude Forti – sulla eticità della filiera. Purtroppo non siamo riusciti a proseguire il lavoro con la Calabria, speriamo di riprenderlo». Ultimo aspetto dello sfruttamento quotidiano, quello delle lavoratrici domestiche, colf e badanti. «È una situazione schizofrenica – denuncia Antonio Russo, responsabile immigrazione delle Acli – le persone che si prendono cura dei nostri anziani e dei nostri bambini vengono sfruttate. Sono 900 mila i lavoratori domestici, stimiamo che circa 8 su 10 siano stranieri e c’è una sacca di sfruttamento e di nero che riguarda i due terzi».

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Argomenti: Chiesa in Italia Migranti Solidarietà