Sinodo. Don Rigoldi (cappellano Beccaria): “Relazione e comunità” indispensabili per stare accanto ai giovani
Sinodo. Don Rigoldi (cappellano Beccaria): “Relazione e comunità” indispensabili per stare accanto ai giovani

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Il Sinodo dedicato ai giovani come “occasione per ascoltare tutti i giovani, anche quelli che si trovano lontano, anche quelli rinchiusi all’interno di una cella”. Lo scriveva in una lettera, a marzo scorso, don Raffaele Grimaldi, ispettore dei cappellani, insieme ai cappellani degli istituti penali per minori. Ora che il Sinodo è in corso in Vaticano, ne parliamo con don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano.

Don Gino, il Sinodo sta suscitando l’attenzione dei ragazzi del Beccaria?
I giovani del Beccaria ricercano i cappellani con richieste di presenza, paternità, affettività, vengono a Messa, ma non c’è attenzione verso il Sinodo. Io ne ho parlato a Messa, sanno che c’è, ma non è nei loro interessi.

E qual è l’atteggiamento verso la Chiesa?
Questi ragazzi hanno una grande simpatia per il Papa: se appare in tv, non cambiano canale, dicono: “È buono, bravo, simpatico”; mentre della Chiesa, oltre al fatto che una metà sono stranieri e neanche cristiani, anche gli italiani hanno un vago ricordo e non ne sentono la vicinanza. Pensano che don Gino e don Claudio (Burgio, l’altro cappellano del Beccaria, n.d.r.) sono vicini a loro e hanno cura di loro. In questo senso è una Chiesa che s’incarna per loro in due persone, che sentono come padri, persone affidabili, fratelli di percorso. Verso la Chiesa ufficiale sono indifferenti. Eppure, oggi nella Chiesa, nei nostri oratori, ad esempio, è cresciuta la sensibilità verso i ragazzi a rischio.
Per quelli che vengono dalle carceri, innanzitutto, le comunità di accoglienza sono spesso gestite da sacerdoti e religiosi. E quando i ragazzi che vengono dal Beccaria vanno negli oratori a testimoniare di una vita passata e di una speranza di futuro, ricevono una discreta accoglienza, attenzione e interesse. Sono testimonianze che mettono in movimento i pensieri dei ragazzi “normali”.

L’immagine scelta per il Sinodo è quella del discepolo amato: come trasmettere ai giovani in carcere la carezza di Gesù e della Chiesa?
I cappellani nelle grandi carceri sono impegnati per la parte religiosa e sociale, danno consigli e offrono accompagnamento. Qui al Beccaria se a un ragazzo manca una casa, il lavoro, la compagnia, è un mio problema.
Nel carcere minorile a Milano oltre a parlare di Gesù Cristo, ci facciamo carico dell’accoglienza, del lavoro, della mediazione con i genitori, insomma c’è una presa in carico totale. Quello che i ragazzi capiscono subito è che noi sentiamo nostri i loro problemi.
Da qui nasce da parte loro una stima, un confronto, una relazione padre-figlio. Non sei solo un prete, sei il padre.
In carcere ci sono soltanto i poveri e i poverissimi: come fai a non essere coinvolto nella loro povertà, nella mancanza di casa, di relazioni, di famiglia, di stima da parte di qualcuno che ti crede, ti dà una mano per la tua autonomia? È un bellissimo lavoro, anche se un po’ stressante. La mattina parli con il “Capo” (Dio, n.d.r.) e vai. Sono lì da 45 anni.

(di Gigliola Alfaro)

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Argomenti: Giovani