Riscoprire la forza del silenzio
Riscoprire la forza del silenzio

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In una pagina memorabile ma poco nota, scritta nel 1950, Romano Guardini criticava l’uso troppo invadente dei foglietti durante la Messa. Certo, ammetteva il teologo, i fedeli partecipano maggiormente alla funzione, recitando ad alta voce alcune parti, e possono comprendere meglio le Sacre Scritture, ma nel gesto rituale scompare una dimensione essenziale, quella dell’ascolto. «Non si poteva escogitare – rifletteva Guardini – qualche cosa di meglio per significare un’azione che vuol essere eminentemente spirituale? Vi è un che di stonato. La lettura solenne richiede di essere ascoltata. Questo atteggiamento innaturale è venuto dalla nostra educazione libraria. A essa dobbiamo la piaga per cui gli uomini leggono mentre dovrebbero stare in ascolto. È così che la fiaba è morta ed è così che la poesia ha perduto la sua forza migliore. Poiché tutte le parole belle, sagge, intime, solenni vogliono esser comprese, non lette». Discorso paradossale, dirà qualcuno, ma l’intento del pensatore italotedesco era solo quello di richiamare al valore del silenzio e dell’ascolto appunto, sempre più dimenticati a favore del rumore e della chiacchiera. L’aveva rilevato anche Madeleine Delbrel: «Il silenzio è qualche volta tacere, ma il silenzio è sempre ascoltare».

Una critica serrata alla postmodernità giunge ora dall’antropologo David Le Breton nel saggio Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo (Cortina, pagine 278, euro 24), un vero e proprio excursus che spazia dalla filosofia alla letteratura, senza naturalmente ignorare le tradizioni spirituali e religiose. Per arrivare a giudizi severi verso «le imprese di liquidazione del silenzio» che prosperano soprattutto nella civiltà occidentale, nelle nostre città che aggiungono di volta in volta nuove imposizioni sonore, quali le musiche di sottofondo nelle stazioni della metropolitana, nei centri commerciali, nei bar e nei ristoranti, nelle halle degli alberghi. Per chi cammina nelle nostre strade ed entra in un negozio qualsiasi, è difficile se non impossibile trovare un’atmosfera silenziosa: si viene ovunque sommersi da una produzione permanente di rumori che perlopiù nessuno ascolta, anzi spesso ci infastidisce. Ma anche nelle nostre case raramente ci capita di evitare i rumori: che siano la televisione accesa o le conversazioni dei vicini, o il traffico che proviene dalla strada, tutto sembra mettere in discussione il nostro desiderio di pace e tranquillità. E se ci rechiamo in montagna o in campagna, al di fuori di contesti abitati, l’improvvisa scomparsa del silenzio ci lascia spesso sgomenti. Quasi fa paura.

A tutto ciò si aggiunge il perenne flusso di parole o di suoni che ci impone la società della comunicazione, la quale ci obbliga a non essere mai soli con le sue reti sociali e i suoi smartphone che ci collegano al resto del mondo. «Il solo silenzio che la comunicazione conosca – scrive Le Breton – è quello del guasto, della défaillance della macchina, dell’arresto di trasmissione. È cessazione di tecnicità, più che emergenza di un’interiorità. Il silenzio diviene allora reperto archeologico. Al tempo stesso però, il silenzio risuona come una nostalgia, fa appello al desiderio di un ascolto senza fretta del fruscio del mondo. L’ubriacatura di parole rende invidiabile il riposo, il godimento di pensare. E il silenzio, da rimosso che era, acquista un valore infinito». Non c’è contraddizione tra questi sentimenti. Il contesto rumoroso delle nostre metropoli ha fatto crescere negli ultimi decenni una consapevolezza dei guasti dell’inquinamento acustico. Nelle città aumentano le zone pedonali ove le automobili col loro chiasso non possono accedere; i rumori di un cantiere vengono attenuati riducendo l’impatto sugli abitanti del quartiere; i nuovi centri urbanistici prevedono sempre più spazi riservati al silenzio.

(di Roberto Righetto)

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Argomenti: Cultura
Tag: cultura David Le Breton silenzio
Fonte: Avvenire