Cappellani carceri: don Grimaldi (ispettore generale), “grazie a Papa Francesco si è creato un ponte tra dentro e fuori”
Cappellani carceri: don Grimaldi (ispettore generale), “grazie a Papa Francesco si è creato un ponte tra dentro e fuori”

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Una grande partecipazione ha caratterizzato il terzo convegno nazionale dei cappellani e degli operatori pastorali nelle carceri: 230 persone si sono riunite da lunedì 22 a mercoledì 24 ottobre a Montesilvano (Pe) per riflettere sul tema “Chiesa riconciliata in carcere”. Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, fa un bilancio dell’incontro per il Sir.

Don Raffaele, quali temi avete messo a fuoco durante il convegno?

L’appuntamento ci ha permesso di spaziare sui temi che ci stanno più a cuore e sui problemi che affrontiamo quotidianamente nelle nostre carceri, come il cammino di fede da proporre nelle carceri, in un tempo in cui si registra la crisi di un rapporto con Dio. In questo noi cappellani siamo accomunati alle difficoltà che incontrano tanti parroci. Al tempo stesso, siamo artefici di ecumenismo e di dialogo interreligioso, perché curiamo molto il rapporto con le altre confessioni e religioni nelle carceri. In questo senso, però, sarebbe anche opportuna una formazione adeguata per avviare un miglior dialogo.

Tra le attenzioni al centro del convegno, anche la giustizia riparativa?

Certamente, è un tema che interpella tutti gli operatori, non solo noi cappellani, perché tutti vorremmo avviare dei cammini di riconciliazione. Ne parliamo da anni, ma c’è sempre difficoltà:se non c’è reale volontà di incontro e un’attenzione reciproca, con il desiderio di riconoscere il proprio errore, da un lato, e di perdonare, dall’altro, questo discorso è fallimentare.È un problema anche di cultura, di sensibilità, al quale noi stiamo cercando di dare il nostro contributo creando gruppi formati per questo tipo di mediazione. Ma le leggi non ci aiutano.

Con il Sinodo che volge ormai quasi al termine, si è parlato anche di giovani?

Proprio in occasione del Sinodo, noi cappellani abbiamo chiesto che la pastorale giovanile entrasse nelle carceri per rapportarsi ai giovani detenuti, avviando un dialogo tra coetanei. In alcune diocesi il nostro appello è stato accolto e i giovani delle diocesi hanno incontrato i ragazzi ristretti, in particolare durante il pellegrinaggio verso Roma, intrapreso in occasione dell’incontro di Papa Francesco con i giovani italiani ad agosto scorso.

Noi all’interno delle carceri cerchiamo di creare delle comunità, riflesso di quelle che i detenuti dovrebbero trovare fuori. Per agevolare gli ex ristretti che vogliono continuare un percorso di fede nelle nostre comunità parrocchiali c’è bisogno dell’accoglienza e dell’attenzione; viceversa, devono mancare il pregiudizio e la paura.

Nei giorni scorsi i Radicali hanno denunciato già 50 suicidi tra i detenuti nel 2018…

Il carcere deve essere una realtà ben vigilata. E questo non solo a vantaggio dei detenuti, ma anche della polizia penitenziaria. Infatti, quest’anno ci sono stati suicidi anche tra gli agenti. La realtà del carcere è sempre contraddistinta dall’emarginazione.

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Argomenti: Chiesa in Italia
Tag: carcere
Fonte: SIR