Anniversario. Polonia, un popolo indomito
Anniversario. Polonia, un popolo indomito

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«Notifico agli Stati belligeranti e ai governi neutrali e alle Nazioni l’esistenza dello Stato indipendente di Polonia che incorpora tutti i territori della Polonia unita ». Con il telegramma del 16 novembre 1918 il comandante in capo dell’esercito polacco Józef Pilsudski chiedeva a Roma, Parigi, Londra e Washington il riconoscimento della Polonia e l’invio a Varsavia di rappresentanti diplomatici. Dopo 123 anni l’anima della Polonia aveva nuovamente un corpo statale, per quanto gracile, segnato dalle devastazioni della guerra mondiale, indefinito nella sua estensione territoriale e nel suo assetto, da far risolvere a un esercito con uniformi ed equipaggiamento tedesco, russo, austriaco, francese e italiano e dai diplomatici sui tavoli delle trattative di riordino della cartina europea, dove il nome Polonia era scomparso da oltre un secolo. La nazione smembrata da Russia, Prussia e Austria nel 1772, 1793 e 1795, era risorta con sangue e sacrifici. L’11 novembre, il giorno della fine delle ostilità che erano costate milioni di morti (i soldati polacchi erano stati 450 mila), i tedeschi erano stati disarmati ed espulsi da Varsavia. Il giorno prima nella capitale era arrivato Pilsudski (che aveva scontato 16 mesi nella fortezza di Magdeburgo perché le legioni polacche, su suo ordine, avevano rifiutato di prestare giuramento al Kaiser) il quale aveva raccolto nelle sue mani i pieni poteri dal Consiglio di reggenza e dal governo provvisorio proclamato il 6 novembre a Lublino e con capo il socialista Ignacy Daszynski. Accadeva cento anni fa.

L’11 novembre diventerà la data convenzionale della ricostituzione della Polonia, coronando un percorso storico e politico assai contorto. I polacchi si erano ribellati ai loro oppressori ogni volta che avevano potuto, anche quando non c’era speranza, facendosi massacrare pur di rivendicare il diritto all’indipendenza: si erano battuti e illusi con Napoleone, avevano persino sostenuto il Risorgimento perché gli italiani desideravano avere una patria come la volevano loro. Giuseppe Mazzini riteneva Italia e Polonia nazioni affratellate. Quando in Europa scoppia la Grande Guerra, i polacchi sono disseminati da tutte le parti della barricata, sotto le bandiere di Guglielmo II, di Francesco Giuseppe e di Nicola II, pronti però a cogliere la direzione del vento della storia per ritrovare la perduta indipendenza. Lo zar aveva provato più volte a sradicare il senso di appartenenza nazionale colpendo gli elementi identitari: la lingua, la cultura, la religione. Vietato l’uso del polacco, bandite le università polacche, erette alte chiese ortodosse per mettere in ombra quelle cattoliche. Il Kaiser non era stato da meno, con un’insistente e progressiva germanizzazione alla quale i polacchi avevano continuato a resistere come sapevano e come potevano. Con l’imperatore Asburgo, erede di quella stessa dinastia salvata dal re polacco Giovanni III Sobieski nel 1683, quando Vienna era a un passo dall’essere espugnata dai turchi, le cose erano andate un po’ meglio.

Ma nel 1914, approfittando della frattura tra Pietroburgo e Berlino-Vienna, si poteva fare leva sull’uno contro l’altro per scardinare il dominio straniero in Polonia, come ritenevano il socialista Józef Pilsudski e il nazionaldemocratico Roman Dmowski: le sinistre erano avverse alla Russia e confidavano nella potenza militare austro-tedesca per far cessare l’occupazione zarista; le destre vedevano nell’Intesa (Russia e Francia) lo strumento per liberarsi invece dagli imperi centrali. Tutti i nemici guardavano invece strumentalmente ai polacchi come a un grande serbatoio di soldati al quale attingere, tanto che dal 7 al 14 agosto avevano lanciato mirabolanti appelli a combattere nelle proprie fila. Nel 1917 la questione polacca diventa di politica internazionale. Il 12 gennaio a Roma le Potenze dell’Intesa dichiarano che tra gli obiettivi della guerra c’è anche la liberazione dei popoli sottomessi all’Impero austroungarico, e quindi anche di quello polacco; il 21 il Discorso dell’Unione del presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, contiene l’appello a «una “Polonia unita”, uno Stato sovrano dotato di un proprio accesso al Mar Baltico ». Quello stesso anno gli esuli polacchi ottengono da Vittorio Emanuele III la liberazione dei polacchi in uniforme austroungarica per costituire un esercito di liberazione che viene raccolto nei pressi di Caserta, Santa Maria Capua Vetere e La Mandria di Chivasso, vicino Torino, dove verranno addestrati 28mila soldati e 250 ufficiali (uno dei 5 reggimenti fucilieri porta il nome di Giuseppe Garibaldi, un altro di Francesco Nullo, eroe della rivolta polacca del 1863).

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Argomenti: Cultura
Tag: Polonia storia
Fonte: Avvenire