Ortodossi. Mosca e Costantinopoli divisi su Kiev e cresce la tensione
Ortodossi. Mosca e Costantinopoli divisi su Kiev e cresce la tensione

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La questione dell’autocefalia della Chiesa ucraina tocca di riflesso tutto il cristianesimo orientale. Parlano la teologa greca Despo Lialiou e il filosofo russo Arkadij Maler, intervistati da Andrea Galli.

Era il 2016 quando il mondo ortodosso sembrava a un passo dal riunirsi nella forma più solenne da un millennio a questa parte, con un Concilio appunto pan-ortodosso programmato per l’estate di quell’anno a Creta. Solo due anni dopo l’ortodossia si ritrova invece alle prese con la più grave crisi di comunione forse degli ultimi secoli. I fatti sono noti: l’11 ottobre il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha annunciato la decisione di conferire l’autocefalia, cioè l’indipendenza, alla Chiesa ucraina. In un Paese in cui esiste una Chiesa ortodossa ucraina, guidata dal metropolita Onufrij (Berezovskij), sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca e due Chiese scismatiche, fino a ieri non riconosciute da nessun’altra Chiesa ortodossa: il cosiddetto patriarcato di Kiev, fondato nel 1995 dall’autoproclamatosi patriarca Filaret (Denisenko), e una Chiesa ortodossa ucraina autocefala, fondata nel 1991 dal vescovo Makarij (Maletic), entrambi i presuli anatemizzati o scomunicati da Mosca. Bartolomeo ha rimesso gli anatemi, “sanando” gli scismi, ha inoltre dichiarato decaduta la decisione del 1686 con cui l’allora patriarca ecumenico Dionisio IV poneva la metropolia di Kiev sotto la giursdizione di Mosca. E ha inviato due esarchi provenienti da Stati Uniti e Canada per avviare il processo che dovrà condurre alla nascita di una Chiesa ortodossa ucraina autocefala. Durissima la reazione di Mosca, che ha denunciato una innumerevole serie di aspetti illegittimi nella decisione di Bartolomeo e ha interrotto la comunione eucaristica con Costantinopoli dichiarando che la “Chiesa madre” dell’ortodossia si ritrova attualmente in una situazione di scisma. Niente meno. Incerto è quello che potrà avvenire in Ucraina: la “scommessa” implicita di Costantinopoli e del presidente ucraino Petro Poroshenko – lui e Bartolomeo hanno stipulato un accordo di collaborazione lo scorso 3 novembre, il cui contenuto è rimasto riservato – è che nel tempo la gran parte del clero e del popolo che oggi si riconosce nella guida di Onufrij aderisca alla nuova Chiesa autocefala. Ma l’attuale Chiesa ortodossa ucraina, nel suo Sinodo celebrato nei giorni scorsi, ha condannato la decisione di Bartolomeo e ha difeso fermamente lo status quo canonico. E per quanto riguarda l’ortodossia nel suo insieme, se c’è chi vede un pesante indebolimento del patriarcato moscovita, che potrebbe arrivare a perdere un 40% delle sue parocchie che si trovano appunto in Ucraina, c’è chi ipotizza un prossimo Sinodo di Chiese vicine a Mosca per “accerchiare” il patriarcato ecumenico. Al Concilio di Creta furono quattro le Chiese che non si presentarono alle assise seguendo la linea russa: Antiochia, Serbia, Georgia e Bulgaria. E a schierarsi apertamente con Mosca nei giorni scorsi è stata la Chiesa ortodossa di Cechia e Slovacchia. Nel frattempo anche teologi e intellettuali dei due campi si confrontano in termini non meno netti e taglienti rispetto alle dichiarazioni degli esponenti della gerarchia. Come Despo Lialiou, teologa e già vice-rettore dell’Università Aristotele di Salonicco, e Arkadi Mahler, filosofo e fondatore e direttore del centro studi Katechon presso l’Accademia Russa delle Scienze.

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Argomenti: Ecumenismo
Tag: Arkadij Maler Despo Lialiou Patriarca Bartolomeo Patriarcato di Mosca scisma ortodosso Ucraina
Fonte: Avvenire