Lager in Libia. L’orrore delle torture in una sentenza che ha fatto storia
Lager in Libia. L’orrore delle torture in una sentenza che ha fatto storia
di Paolo Borgna

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Non si scrivono sentenze per scrivere la storia. Ma accade che, per scrivere la storia, certe sentenze siano utili. Tale è la sentenza emessa nell’ottobre 2017 dalla Corte d’Assise di Milano che, col crisma di una decisione giudiziaria al termine di un processo garantito, descrive l’inferno che già inchieste e reportage giornalistici, dossier Onu e denunce politiche avevano raccontato: la realtà dei centri libici di detenzione per migranti. A essa è ora dedicato anche un libro: L’attualità del male, La Libia dei Lager è verità processuale (a cura di Maurizio Veglio, Seb 27), in uscita proprio in questi giorni.

Perché una Corte italiana si occupa di fatti avvenuti in Libia? All’inizio, c’è un fatto casuale. Dei vigili urbani di Milano, un giorno del settembre 2016, di fronte alla stazione Centrale, vengono chiamati da un gruppo di cittadini somali che tiene bloccato un connazionale: si chiama Osman Matammud.

È l’uomo che, mesi prima, li aveva sequestrati e seviziati in un campo libico in cui erano transitati prima di arrivare irregolarmente in Italia. La Procura di Milano, raccolte le prime testimonianze, procederà solo dopo che il guardasigilli Orlando avrà dato l’autorizzazione (prevista, dall’art. 10 del nostro codice, per gravi reati commessi all’estero, quando il colpevole si viene a trovare in Italia). Seguirà una seria indagine in cui alle numerose testimonianze si affiancheranno perizie antropologiche e medico-legali (sui postumi delle torture) e l’esame delle immagini trovate sul cellulare sequestrato all’imputato. Nella sua requisitoria finale il pm Marcello Tatangelo – magistrato noto per la sua esemplare sobrietà di linguaggio – dirà di aver scoperto «una situazione paragonabile a quella di un lager nazista».

Sullo sfondo: il collasso di uno Stato autoritario che apre la strada a una proliferazione di governi autoproclamati e a un’anarchica economica fondata sulla schiavitù. Il viaggio, a bordo di pick-up, dal Sud subsahariano verso la Libia, di uomini e donne che già sanno di affrontare mesi di inferno ma disposti a pagare questo prezzo pur di raggiungere l’Europa. Responsabili della sicurezza di raffinerie che fanno i contrabbandieri e che diventano capi di milizie e poi responsabili di centri di detenzione. La simbiosi tra Guardia costiera libica (che intercetta in mare i migranti e li consegna ai centri detentivi) e le milizie locali coinvolte nei traffici. L’accordo tra il governo di al-Serraj e le milizie private al fine di interrompere il flusso di profughi; per cui «i trafficanti di ieri sono i poliziotti di oggi».

Ma non è tanto questo a scandalizzarci: la storia è piena di esempi di ‘banditi’ che, all’esito di rivolgimenti politici, diventano poliziotti. Ciò che scandalizza è come sono gestiti i campi (ricavati in fabbriche, magazzini abbandonati, hangar non areati) e cosa vi accade: la privazione della libertà a tempo indefinito (fuori da qualunque giurisdizione); la possibilità di essere liberati (e quindi messi sui barconi verso l’Europa) solo con il pagamento di denaro da parte dei familiari; la richiesta telefonica di invio di denaro ai parenti rimasti nei Paesi di origine, con pestaggi e sevizie ‘in diretta’ telefonica; la malnutrizione; la promiscuità; le condizioni igieniche che generano epidemie; gli stupri; le spranghe di ferro; le fruste; i sacchetti di plastica sulle spalle dei prigionieri, per far colare la plastica liquefatta incandescente sulle loro schiene; le scariche elettriche; e, infine, l’omicidio dei torturati i cui parenti non pagano; la persona umana ridotta a merce di scambio. Non si può, in poche righe, riassumere l’orrore che trasmettono queste pagine. Al termine della lettura, viene solo da dire: «Leggete questo libro, per favore.

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Argomenti: Mappamondo
Tag: Libia
Fonte: Avvenire