La mappa dei beni confiscati alle mafie. Nasce il portale promosso da Libera
La mappa dei beni confiscati alle mafie. Nasce il portale promosso da Libera

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Un clic per conoscere tutto sui beni confiscati alle mafie, quanti sono, dove sono e come sono utilizzati, le tante belle storie di buone pratiche. Da oggi è online Confiscati Bene 2.0, il primo portale nazionale per la trasparenza e la promozione del riutilizzo dei beni confiscati alle mafie realizzato dall’associazione Libera con la collaborazione di OnData e Fondazione TIM.

Confiscati Bene 2.0 promuove con trasparenza il riutilizzo sociale dei beni sottratti raccogliendo e presentando informazioni open data complete, fruibili, aggiornate, tanto sul bene quanto sulla sua destinazione. Il portale monitora gli oltre 14mila immobili confiscati alle mafie creando di fatto un punto di riferimento importante per chi è interessato ad operare in questo contesto. La piattaforma, basata su tecnologie Open-Source, raccoglie inoltre il racconto di tante pratiche di riutilizzo istituzionali e sociali che possono ispirare proposte di ulteriori nuovi progetti.

«Come società civile responsabile abbiamo fatto la nostra parte – spiega Davide Pati, vicepresidente di Libera -, ma ancora tanti beni confiscati non sono utilizzati». Su oltre 23mila beni 16mila risultano già destinati, più di 750 le realtà sociali che li gestiscono, 400 delle quali sono associazioni non profit e di volontariato, e 180 cooperative sociali. Realtà poco conosciute, da sostenere e moltiplicare.

«Il portale – sottolinea Pati – è uno strumento aperto a tutti perché non siano abbandonati beni che sono il frutto del prezioso lavoro di magistratura e forze dell’ordine. Per questo – aggiunge – bisogna far conoscere questa opportunità di sviluppo, di cultura, di crescita civile e sociale». E che le mafie temono.

«I mafiosi mettono in conto di finire in galera, anzi gli fa pedigree, invece non accettano di perdere il loro patrimonio – afferma Franca Imbergamo, sostituto della Procura nazionale antimafia -. Per loro è la sconfitta più grande, perché i beni rappresentano il potere sul territorio che si esprime attraverso simboli».

Per questo il magistrato denuncia due rischi. Il primo è il non utilizzo dei beni confiscati. «Non c’è niente di più mortificante che vedere vanificato il proprio lavoro. È una sconfitta, è un segnale che non serve impegnarsi perché tanto non cambia nulla». Il secondo rischio è legato alla vendita dei beni confiscati prevista dal “decreto sicurezza”. «Io non mi scandalizzo davanti alla parola vendita, ma dovremmo attrezzarci meglio per evitare che tramite prestanome tornino ai mafiosi. Così come è, la norma sottovaluta quello che accade sui territori. Il ritorno dei beni nelle mani dei mafiosi non ce lo possiamo permettere. Non vorrei che questa scelta alimentasse la favola che le mafie non sono più quelle di una volta. No, vogliono sempre lucrare. Il silenzio non ci deve far illudere».

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Argomenti: Politica/Interni