Asia Bibi: le è stata salvata una vita che potrebbe non riuscire a vivere
Asia Bibi: le è stata salvata una vita che potrebbe non riuscire a vivere
di Fulvio Scaglione

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Dopo l’arresto, un processo farsa, una condanna a morte, nove anni di carcere e il patibolo evitato solo per il pronunciamento della Corte Suprema del Pakistan, Asia Bibi, la donna e madre cristiana accusata di “blasfemia”, rischia di scontare una nuova pena: le è stata salvata una vita che potrebbe anche non riuscire a vivere.

La decisione della Corte Suprema pachistana è stata coraggiosa. Infatti, i tre giudici che hanno annullato la condanna a morte e assolto Asia Bibi da tutte le accuse sono stati condannati a loro volta a morte dagli estremisti islamici e devono essere protetti e scortati. Saif ul-Mulook, l’avvocato musulmano che ha difeso Asia nell’ultimo processo, ha dovuto lasciare il Pakistan e chiedere asilo all’Olanda. I familiari della donna cristiana vivono nascosti e a loro viene data una caccia senza sosta dai seguaci dell’islamismo più cieco e violento. Ma questo è il Pakistan, nessuno si illudeva che sarebbe stato facile. Il primo ministro, l’ex campione di cricket Imran Khan, ha dovuto fronteggiare l’incendio che si è diffuso nel Paese, difendendo i giudici ma potendo mettersi frontalmente contro il partito estremista Tehreek-Labbaik Pakistan, di qui il primo annuncio che non si sarebbe opposto a un eventuale appello contro le decisioni della Corte.

Nelle ultime ore, invece, le centinaia di arresti tra gli islamisti, compreso quello del loro leader Khadim Hussai Rizvi, hanno mostrato che c’è almeno un tentativo di fare rispettare lo Stato di diritto. Quello che risulta incredibile è l’apparente silenzio del resto del mondo. Nessuno tra i Paesi islamici ha sentito la necessità di pronunciarsi su una questione che comunque riguarda molti di loro, almeno quelli in cui la blasfemia è reato punito da un codice penale usato quasi sempre per intimidire o colpire le minoranze. Peggio ancora, nessuno tra i Paesi cosiddetti «cristiani», che forse sarebbe più realistico definire «occidentali» e basta, ha sentito il dovere o il bisogno di tendere pubblicamente una mano verso quella cristiana perseguitata e offrirle altrettanto pubblicamente ospitalità e protezione (anche se una certa cautela diplomatica può essere necessaria per mandare a buon fine trattative più riservate). Un accordo con il Pakistan sembra però più semplice di tanti che si fanno ogni giorno per vendere armi o tecnologie.

E se Imran Kahn non può facilmente trovare un modo rapido di consentire l’espatrio dell’ex condannata a morte, basterà concedere ad Asia Bibi e ai suoi familiari la cittadinanza di uno qualunque dei nostri Paesi per togliere d’impaccio il premier e riportare alla vita lei e i suoi. È quanto l’avvocato Saif ul-Mulook ha chiesto qualche giorno fa alla Germania. È più che probabile che siano in corso negoziati lontani dai riflettori per risolvere questo caso assurdo e drammatico. Ed è possibile che, prima o poi, arrivino buone notizie. Resta il fatto che nessun Paese europeo si è finora detto esplicitamente disponibile a livello dei vertici politici ad aiutare Asia Bibi. Uno scandalo se pensiamo al caso singolo. E un grande errore politico se pensiamo che sostenere Asia vorrebbe dire aiutare, tramite lei, tutti i cristiani che vivono nei Paesi dove la maggioranza della popolazione è islamica e i diritti di altre fedi non sono adeguatamente tutelati, quando non addirittura apertamente conculcati. Ed è infine una tragedia: vuol dire che l’estremismo e il suo figlio, il terrorismo, non sono ancora stati sconfitti dalla vastissima galassia dell’islam moderato.

 

(di Fulvio Scaglione)

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Argomenti: Chiesa nel mondo