Suor Tighe (Caritas Gerusalemme): “Aiutiamo i poveri di tutte le religioni nei Territori Palestinesi Occupati e a Gaza”
Suor Tighe (Caritas Gerusalemme): “Aiutiamo i poveri di tutte le religioni nei Territori Palestinesi Occupati e a Gaza”

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“La nostra missione? È aiutare i poveri e gli emarginati di tutte le religioni presenti nei Territori Palestinesi Occupati e Gaza”. Missione che si rivolge, secondo una stima, ad almeno 30mila beneficiari, molti di più se si considerano le ricadute positive degli aiuti anche all’esterno dell’ambito iniziale.

Suor Bridget Tighe, da poco meno di un anno è la direttrice generale di Caritas Jerusalem. Con alle spalle cinque anni di missione a Gaza, la religiosa di origini irlandesi racconta al Sir l’impegno dell’organismo cattolico fondato nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, e traccia un quadro della situazione in Terra Santa dove, dice con un sorriso, “stanno tornando tanti pellegrini. Un segno  positivo che contribuisce ad alleviare la sofferenza delle popolazioni locali”. In questi giorni suor Bridget sta stilando con Caritas Italiana un progetto di pellegrinaggi solidali che vedranno impegnate parrocchie palestinesi e diocesi italiane.

Suor Bridget, chi sono oggi i poveri in Terra Santa?
Sono, in particolare, i palestinesi, anche i migranti più emarginati che vivono a Tel Aviv. Per ciò che concerne i palestinesi in Cisgiordania, essi vivono da oltre 50 anni sotto occupazione israeliana, ma ci sono anche quelli sfollati dalle loro case e terre da 70 anni. Intere generazioni di giovani sono nate e cresciute sotto l’occupazione, private e umiliate in tanti modi.

L’umiliazione è un’altra forma di povertà che si aggiunge a quella economica, alla mancanza di accesso ai servizi e di rispetto dei diritti umani.

Povertà anche di diritti umani, un tema che qui in Terra Santa assume un significato particolare…
Certamente e riguarda in qualche modo l’intera popolazione palestinese. A Gaza due milioni di palestinesi vivono in una sorta di prigione a cielo aperto. Non possono uscire senza permesso, privati del diritto alla mobilità, al lavoro, allo studio. Credo si tratti di una situazione unica al mondo. In Cisgiordania abbiamo sfide e situazioni diverse. Gli accordi di Oslo del 1993 dividono la Cisgiordania in tre settori: A, B e C. L’Autorità palestinese (Anp) controlla l’area A, l’area B è sottoposta a un’amministrazione congiunta tra l’Anp e Israele, mentre la zona C è sotto pieno controllo israeliano. Così anche in Cisgiordania i palestinesi non possono muoversi liberamente a causa dei numerosi check point israeliani che costellano il territorio. Senza permesso non possono attraversare la barriera di separazione per andare dai parenti, a pregare nei Luoghi Santi, a lavorare nelle proprie terre. Se devono prendere l’aereo sono costretti a partire dalla Giordania e non da Tel Aviv, con un notevole aggravio di spesa.

Tra i palestinesi molti sono giovani e bambini: per ciò che riguarda i loro diritti, com’è la situazione?
I diritti umani sono negati a diversi livelli. C’è un numero indefinito di bambini di 12-13 anni e di ragazzi di 17 e 18 anni detenuti nelle prigioni israeliane (in genere accusati per lancio di pietre e incitamento alla violenza, ndr.) Come Caritas Jerusalem cerchiamo per quel che possiamo di alleviare queste sofferenze attraverso un aiuto e un sostegno umanitario. Ma il problema è anche culturale e di istruzione…

Un quadro a tinte fosche che spinge molti palestinesi cristiani (e non) a lasciare la Terra Santa in cerca di un futuro migliore. Come arginare questo esodo?
Il problema riguarda soprattutto i cristiani della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. A Gaza la comunità cristiana raggiunge a malapena le mille persone. Per queste ultime è molto difficile ottenere da Israele i permessi necessari per uscire. Quando li ottengono, normalmente per Natale e per Pasqua, molti non fanno rientro, preferendo restare illegalmente in Cisgiordania. I motivi per cui emigrano sono essenzialmente economici e non religiosi.

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Argomenti: Mappamondo
Tag: Gaza Terra Santa
Fonte: SIR