Storie di migranti. Gli italiani disperati di Port Breton
Storie di migranti. Gli italiani disperati di Port Breton

Condividi:

Una povertà devastante, un’organizzazione senza scrupoli che arruola potenziali migranti per spedirli allo sbaraglio oltremare, un gruppo di 263 persone che in pochi mesi viene falcidiato da un’ottantina di morti: sembra una storia di questi giorni. E invece no, è una vicenda di fine Ottocento, quando i disperati che partivano erano italiani – veneti e friulani, in questo caso – e cadevano vittime di criminali – francesi, in questo caso – che si arricchivano alle loro spalle. Siamo all’indomani della sconfitta francese del 1870 a opera dei prussiani, e un bretone un po’ immaginifico, Charles Marie Bonaventure du Breil, marchese de Rays, sogna di ricreare la Francia dall’altra parte del globo. Per farlo individua un’isola, l’attuale Nuova Irlanda, al largo della Papua-Nuova Guinea, e la chiama Nuova Francia, la capitale sarà Port-Breton. Ora però bisogna trovare qualcuno disposto ad andarci. Il marchese de Rays sguinzaglia in mezza Europa i propri agenti che promettono la terra del latte e del miele. Il gruppo più consistente di aspiranti coloni è quello dei veneti e friulani messi assieme da un lombardo, probabilmente di Como, tal Edvige Schenini.

I migranti vengono da Francenigo, Codognè, Orsago, Sacile, località tra le province di Treviso e di Pordenone. La autorità italiane cercano di fermarli perché si rendono conto che de Rays è un truffatore, ma i contadini preferiscono credere al canto delle sirene anziché alla verità ufficiale; e poi ormai hanno venduto tutto per pagarsi il passaggio marittimo e non possono più tornare indietro. Si imbarcano a Barcellona il 19 luglio 1880 a bordo di una carretta, l’India, e intanto de Rays incassa. Il viaggio dura tre mesi, in condizioni atroci: muoiono 27 persone, una ventina sono bambini. Il 14 ottobre i veneti e friulani sbarcano a Port-Breton. Erano state loro promesse case e campi fertili, si ritrovano in una baia scura, con una fittissima foresta tropicale e circondati da nativi ostili. C’è solo un capannone che sarebbe dovuto essere la chiesa e invece viene trasformato in dormitorio, attorno sparsi i materiali portati da precedenti aspirati coloni che avevano ben pensato di tagliare la corda: mattoni, macchine per raffinare lo zucchero, macine da mulino (una pietra da macina si trova ancor oggi sulla spiaggia). Una foto scattata un mese dopo, il 13 novembre, ci mostra i veneti e friulani davanti ad alcune tende e a una rigogliosissima vegetazione.

Nonostante tutto, ci provano: cominciano a dissodare il terreno e a seminare qualcosa. Le scorte alimentari, che già erano avariate durante il viaggio, ora sono semplicemente immangiabili. In poco più di quattro mesi muoiono in 48, ovvero un decesso ogni tre giorni. Intanto in sei se la filano da Port-Breton, probabilmente rubando una scialuppa della nave. Raggiungono le isole Salomone dove cinque vengono immediatamente mangiati dai cannibali e il sesto – che di cognome fa Boero, o Buoro – si salva perché diverte i nativi scoppiando in lacrime a comando. Viene venduto a un’altra tribù e dopo un anno viene catturato da una specie di nave schiavista, ma quando l’equipaggio lo lava e si rende conto che si tratta di un italiano che non può essere venduto, lo abbandona a New Britain: non ha alcun valore commerciale.

(di Alessandro Marzo Magno)

Continua a leggere

Argomenti: Emigrazione
Tag: Australia Friuli Venezia Giulia italiani all'estero migranti povertà Veneto
Fonte: Avvenire