Eritrea, è ancora grande fuga. In viaggio anche nonne e bimbi
Eritrea, è ancora grande fuga. In viaggio anche nonne e bimbi

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Il centro di smistamento è pieno anche oggi. Sabato pomeriggio di dicembre nel paesaggio bruciato di Endabaguna, luogo di raccolta dei richiedenti asilo eritrei nel cuore del Tigray, appena oltre il confine tra Eritrea ed Etiopia riaperto l’11 settembre dopo 20 anni. È stagione secca, quindi di esodo continuo e inarrestabile nonostante la pace e lo sforzo rapido e stupefacente dei governi del Corno d’Africa di creare un’area stabile per agevolare e diffondere lo sviluppo dell’Etiopia, secondo Paese africano più popoloso, avviata secondo il Fondo monetario internazionale a diventare l’economia mondiale a più rapida crescita per il 2018. Per l’Acnur dopo la pace non è ancora cambiato nulla in Eritrea, non c’è democrazia e permane il servizio civile illimitato, quindi chi arriva ha diritto di chiedere e ottenere asilo.

Al confine tra i due Paesi si misura la menzogna di chi in Europa crede che con la pace sia arrivato il benessere in Eritrea (è dal 2001 che non si spara un colpo) e che questo possa fermare gli enormi flussi migratori del piccolo Paese. Non si sa quanti siano arrivati finora senza registrarsi come profughi. Ma molti alberghi e alloggi a Macallé, Adigrat e Axum sono affittati da eritrei che aspettano di vedere se le cose cambiano in patria.

A Endabaguna trovo chi non crede al futuro nell’ex colonia primigenia né a transizioni e chiede asilo per raggiungere i parenti all’estero. Tra i padiglioni, soprattutto giovani e adolescenti, qualche adulto, donne con bambini e minori non accompagnati (sono un terzo). Persino nonne con nipotini. Approfittano della libertà di movimento per fuggire. Il giorno prima ne sono arrivati 292 trasportati dagli autobus dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, oggi sono invece più di 500. Secondo i responsabili dell’Arra, l’agenzia statale etiopica per i rifugiati, la media giornaliera di arrivi di eritrei nei tre mesi successivi alla riapertura dei confini va da un minimo di 200 a un massimo di 500 unità. Chiedo se vi sono anche finti profughi, etiopi del Tigray che si spacciano per eritrei, tesi del governo dell’Asmara (per il quale il 30% dei profughi è in realtà di nazionalità etiope) prontamente ripresa da sovranisti e fascisti nostrani per poter rimpatriare i profughi e dal cantante Jovanotti, il quale in tv è arrivato addirittura a dichiarare che l’80% degli eritrei è etiope. Il funzionario chiarisce che in passato ci sono state infiltrazioni, anche se meno del 30%, ma ora il controllo dell’immigrazione di Addis Abeba è stringente e punta su accertamenti anagrafici e un questionario accurato per i minori. Diversi finti profughi adulti sono stati arrestati.

Nei campi profughi in Etiopia ci sono circa 180mila eritrei. In fila per la registrazione ci sono i bambini che scappano dalle campagne. Non parlano inglese, tra loro anche 11 e 12enni fuggiti senza dire nulla ai familiari magari per raggiungere i genitori già all’estero in un’odissea che a quell’età pare un’avventura. E diverse ragazze di città della classe media asmarina. «Da quando hanno aperto i confini fuggire è facile – spiega una di loro, 18 anni, di Gheza Banda, il vecchio quartiere indigeno della capitale, che chiede l’anonimato per proteggere i parenti in patria – e chi ha qualcuno all’estero chiede asilo in Etiopia per fare poi i ricongiungimenti. La pace con l’Etiopia non ha cambiato le nostre vite, non crediamo che cambierà nulla con questo regime».

In fila c’è un medico dell’ospedale Orotta di Asmara. «Sono un pediatra – racconta – e guadagno circa 100 dollari al mese. Non posso dare da mangiare ai miei figli. La pace non ha portato libertà né benessere. Ho deciso di passare in Etiopia dove guadagno di più. E se riesco a venire ricollocato in Nord America o in Europa posso guadagnare bene». Seduta attende il suo turno una nonna di circa 70 anni in abito bianco tradizionale con tre nipotini. Vengono da un villaggio alle porte di Asmara. «Vogliamo ricongiungerci con mia figlia, rifugiata in Germania». Sa che ci vorrà tempo. «Lei in Eritrea non sarebbe tornata, non vede prospettive. I suoi figli devono stare con lei».

(di Paolo Lambruschi)

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Argomenti: Mappamondo
Tag: Eritrea Etiopia migranti povertà profughi richiedenti asilo
Fonte: Avvenire