Dai cristiani poveri di Betlemme i Rosari per la Gmg a Panama
Dai cristiani poveri di Betlemme i Rosari per la Gmg a Panama

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Per settimane Rami ha forato piccole croci in legno d’ulivo. Giorno dopo giorno abbassava centinaia di volte la leva che faceva calare il trapano sulla cima del crocifisso da cui sarebbe passato il filo destinato a contenere i grani di un Rosario. Un gesto ripetuto con il sorriso. «Lo faccio per papa Francesco», sussurra. Rami vive a Betlemme. È cristiano e ha trent’anni. Non ha mai finito la scuola. Perché aveva difficoltà di apprendimento. E in Palestina capita ancora che chi abbia problemi sia considerato al pari di uno “scarto”. Eppure le mani di questo ragazzone con gli occhiali hanno plasmato i Rosari che Bergoglio regalerà ai ragazzi della Giornata mondiale della gioventù a Panama. Lui è uno degli autori del dono che sarà consegnato a gennaio ai giovani di tutto il mondo: il Rosario di “Bethlehem”, come si legge in un lato per ricordare la provenienza, mentre dall’altro c’è scritto “Jmj 2019”.
Rami ha trovato se stesso nel laboratorio di artigianato “offerto” dall’Italia a Betlemme. Un centro della speranza nato grazie alla Fondazione “Giovanni Paolo II”, la onlus per lo sviluppo e la cooperazione in Medio Oriente voluta dalle Chiese della Toscana che collabora anche con la Cei. Da queste stanze accolte in uno stabile della Custodia di Terra Santa, a cento metri dalla Basilica della Natività, è passata la metà dei Rosari della prossima Gmg: 800mila sul milione e mezzo ordinati per l’evento. «Il lavoro non è solo sinonimo di salario ma di dignità», spiega Samer Baboun, responsabile dell’atelier. Qui chiamano le croci di Panama l’«ordine del Papa». E lo considerano una benedizione per aiutare giovani e famiglie bisognose. È lo spirito dell’iniziativa lanciata da Pierre Bürcher, vescovo emerito di Reykjavik in Islanda, con lo slogan “AveJmj”. Alla base del progetto, ha rivelato il presule che è membro della Congregazione per le Chiese orientali, c’è il desiderio espresso dal Papa «di pregare per la pace nel mondo e in particolare per Gerusalemme e il Medio Oriente». Il vescovo ha stabilito che ogni giovane della Gmg riceva tre Rosari: uno per sé, uno da consegnare a chi incontrerà a Panama, uno da portare a una persona del proprio Paese d’origine. Al pacchetto si aggiungerà un’immagine del Pontefice. Braccio operativo è stata la Caritas Jerusalem che «ci ha coinvolti nella realizzazione», afferma Samer. In tutto sono stati impegnati dall’inizio del 2018 oltre trecento artigiani locali tra Beit Sahour, Beit Jala e Betlemme e undici laboratori fra cui quello che lega il suo nome a Wojtyla.
Fra aspiratori, pialle, tavoli da lavoro, c’è Tony, un’infanzia complessa e problemi di concentrazione. È un addetto all’imballaggio. Impacchetta gran parte degli oggetti che vengono prodotti. Al suo fianco siede Rana, vista ridotta e volto ferito. «Nessuno mi voleva a lavorare. Grazie al cielo, qui è un’altra cosa», ripete. «La nostra è una casa aperta a tutti – sottolinea Samer –: cristiani e musulmani, poveri e fragili. Non siamo solo un laboratorio artigianale, ma anche di convivenza. E un unicum nella zona: perché donne e uomini lavorano le une accanto agli altri». Su ventidue assunti, diciannove sono cristiani. «Il nostro principale obiettivo – spiega il coordinatore – è quello di aiutarli a non abbandonare la Terra Santa. E per restare serve avere un’occupazione». L’età media è di trent’anni. E il centro è anche una scuola di formazione. Prima si impara; poi è possibile mettersi all’opera: nella lavorazione del legno d’ulivo, ma anche della madreperla, l’“oro” delle conchiglie molto rinomato in Medio Oriente. E sta per nascere anche un gabinetto della ceramica che avrà come responsabile artistica Narmin, una ragazza sorda che ha ritrovato la parola nell’istituto Effetà voluto nella città da Paolo VI.

(di Giacomo Gambassi)

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Argomenti: Chiesa nel mondo