Siria: il canto di Natale dei cristiani di Knayeh chiusi nella gabbia jihadista di Hayat Tahrir al-Sham
Siria: il canto di Natale dei cristiani di Knayeh chiusi nella gabbia jihadista di Hayat Tahrir al-Sham

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La facciata della chiesa di san Giuseppe a Knayeh è spoglia, come da otto anni a questa parte, da quando le milizie del fronte Hayat Tahrir al-Sham – gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda ed erede del meglio conosciuto Jabhat Al Nusra, controlla i villaggi dell’Oronte. Prima di loro qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, da Isis fino ad al-Nusra, impegnati nel conflitto siriano a combattere contro il regime del presidente Assad. Il campanile è privo di croce e nessun segno esteriore aiuta a capire che siamo sotto Natale. Né un albero decorato, né luminarie. “Niente”. Padre Hanna Jallouf è il parroco latino di Knayeh, villaggio siriano non distante da Idlib (al confine tra Siria e Turchia) ultima roccaforte dei ribelli anti-Assad. Francescano siriano della Custodia di Terra Santa, padre Hanna, 66 anni, è rimasto con il suo confratello Louai Bsharat a prendersi cura della sparuta comunità cristiana locale. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono fuggiti dopo che molte chiese e luoghi di culto sono stati distrutti o bruciati.

“Come agnelli tra i lupi”. “Siamo rimasti due frati in due conventi (Knayeh e Yacoubieh) e facciamo il possibile per assistere i cristiani”, dichiara al Sir padre Hanna. Il Natale è ormai alle porte e c’è “solo il presepe dentro la chiesa, posto sotto l’altare, completamente illuminato a testimoniarlo. È l’unica cosa che ci è stato concesso di fare”.

Padre Hanna ci tiene a rileggere un passaggio della lettera che lui e padre Bsharat hanno scritto a Papa Francesco qualche settimana fa: “I cristiani di questa terra vivono come gli agnelli tra i lupi. I fondamentalisti hanno devastato i nostri cimiteri, ci hanno proibito di celebrare qualsiasi liturgia fuori dalla chiesa togliendoci i segni esterni della nostra fede ovvero croci, campane, statue e l’abito religioso. Nonostante tutto sentiamo la mano di Dio sopra di noi”. “Nulla più del martirio può segnare il modo proprio del cristiano di partecipare alla storia di salvezza dell’umanità”, è stata la risposta del Pontefice.

Pochi ma uniti. Vivere la propria fede nella roccaforte jihadista di Idlib “non è facile, specialmente se è Natale”, continua il parroco, che nel 2014 è stato rapito da miliziani del fronte Jahbat Al-Nusra con 16 suoi parrocchiani e rilasciato dopo diversi giorni. “Possiamo celebrare solo dentro la chiesa, dove abbiamo allestito il presepe. Fuori ci è stato vietato anche di ornare gli alberi, appendere luci, disporre dei fiori. In questi giorni ci stiamo preparando al Natale con la Novena sempre molto partecipata. I ragazzi e i bambini hanno già ricevuto i doni di Natale, dolci, giochi e abiti. È stato un modo per distrarli dal clima ostile che ci circonda”. La paura di essere attaccati è alta ma il coraggio non manca e nemmeno la prudenza. Per questo, sottolinea padre Jallouf, “le liturgie del 24, 25 e 26 dicembre saranno celebrate in orari diurni. Sul piazzale i nostri giovani garantiranno la sicurezza e controlleranno gli ingressi. Una volta che le messe avranno inizio il cancello verrà chiuso fino alla fine”. Da quattro anni nei villaggi dell’Oronte, come Knayeh, i cristiani locali celebrano “Natale e Pasqua tutti insieme, cattolici, greco-ortodossi e armeni. La situazione è critica e la sofferenza ci ha unito ancora di più”.

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Argomenti: Chiesa nel mondo Mappamondo