Gran Bretagna, suore e frati contro la schiavitù. Rifugi per accogliere le vittime della tratta
Gran Bretagna, suore e frati contro la schiavitù. Rifugi per accogliere le vittime della tratta

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Si tratta di un contributo davvero eccezionale alla lotta contro la schiavitù, intesa come privazione della libertà di una persona in modo violento, allo scopo di sfruttarla per prostituzione o lavoro nero o altro ancora. Una piaga, purtroppo, spesso ignorata o sottostimata. Dal 2007 sedici ordini religiosi in Inghilterra e Galles hanno messo a disposizione ventinove proprietà, del valore complessivo di quasi 16,4 milioni di sterline (oltre 18 milioni di euro) perché vengano usate come centri di accoglienza di vittime della tratta umana. Rifugi dove uomini, ma soprattutto donne con figli, che sono riusciti a sfuggire a lavori forzati, prostituzione e sfruttamento, possano ricominciare a vivere.

Valore inestimabile. Secondo l’ultimo rapporto curato dalla “Arise Foundation” – una charity, con sede a New York e Londra, nata per combattere la schiavitù intesa nel suo senso più ampio (compresi ad esempio i matrimoni forzati o l’avvio alla criminalità minorile) – negli ultimi cinque anni 172 religiosi, la grande maggioranza suore, hanno lavorato per salvare centinaia di esseri umani da condizioni di sfruttamento lesive della loro dignità. Il loro impegno, tradotto in numero di giorni, corrisponde a 650 anni di servizio e le donazioni in denaro a 10 miliardi di sterline, oltre 11 miliardi di euro. “Un valore inestimabile, come i dati del nostro rapporto dimostrano. Eppure gli ordini religiosi non sono stati quasi mai consultati dal governo, quando si è trattato di mettere a punto le politiche per combattere la tratta umana e lo sfruttamento. Spesso gli esperti del settore non sanno neppure dell’esistenza di così tante suore impegnate in prima linea”, spiega al Sir Luke de Pulford, direttore di “Arise”. “Abbiamo voluto dimostrare, con cifre e dati alla mano, quanto sia importante questo impegno con un linguaggio che tutti possano capire così che le congregazioni religiose possano farsi sentire con più convinzione quando si decidono nuove strategie in materia di contrasto alla schiavitù”.
“La mia speranza è che queste informazioni diano visibilità al lavoro fatto dagli ordini religiosi cattolici”
così che “possano avere accesso ai canali ufficiali – per esempio al ministero dell’Interno – e poter contribuire alle discussioni in materia di lotta alla schiavitù”, continua il direttore di Arise.

Eroine poco conosciute. “I membri femminili delle congregazioni religiose sono le eroine poco conosciute del movimento antischiavitù”, continua Luke de Pulford. “Ho girato tutto il mondo e ho visto gli sforzi che fanno, spesso rischiando la vita. Lavorano duramente nelle parti più povere del pianeta, dalle quali partono la maggioranza degli schiavi, ma anche in Paesi di destinazione come il Regno Unito dove continuano a dare un contributo importante”.

Mappatura e documentazione. Dal Regno Unito, Paese di destinazione delle vittime del traffico umano, all’India e alle Filippine, l’Africa e il sud America, Paesi di origine degli schiavi. Il lavoro di mappatura e documentazione della Fondazione Arise continuerà anche nel resto del mondo. “Cominceremo dall’India”, spiega Luke, “e poi arriveremo anche in altri Stati. Parleremo con le Conferenze dei religiosi e cercheremo di sapere da ogni congregazione che cosa sta facendo e dove, quante persone sono coinvolte e quali sono le risorse investite. Sarà un progetto importante perché le cifre raccolte saranno astronomiche e dimostreranno l’impegno straordinario della Chiesa cattolica in questo settore, anche in un contesto difficile come quello indiano”.

Accogliere con vero affetto. Purtroppo anche da un rapporto davvero preciso, come quello preparato dalla Fondazione Arise, manca il dato più importante, essenziale e, nello stesso tempo, impossibile da quantificare:
l’affetto e l’amore con i quali suore e religiosi accompagnano la sofferenza degli ex schiavi per lunghi periodi di tempo.

(di Silvia Guzzetti)

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Argomenti: Chiesa nel mondo Solidarietà