“La stanza delle meraviglie”: i sogni dell’infanzia vanno oltre la disabilità
“La stanza delle meraviglie”: i sogni dell’infanzia vanno oltre la disabilità

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Todd Haynes, nato a Los Angeles nel 1961, è un regista che in quasi trenta anni di carriera (esordio nel 1991 con "Poison") ha frequentato un cinema tendenzialmente nervoso e provocatorio, sempre muovendosi sul filo di una rilettura spinosa e sofferta della realtà, filtrata non di rado da uno sguardo malinconico e incline al mélo. Che ora abbia cambiato argomento, sovvertendo ruoli e approcci e rovesciando la Storia fino a sovvertirne i presupposti può sorprendere fino a un certo punto. Il fatto è che, partendo dalla graphic novel omonima di Brian Selzick "La stanza delle meraviglie" ("Wonderstruck"), Haynes si trova tra le mani una materia non facile e a suo modo rischiosa. Si trattava infatti di far incontrare, e di dare un senso compiuto, alle vicende di due bambini, collocate lontane per tempo e spazio. Haynes affronta il copione con piglio robusto e deciso, operando da subito la scelta che aiuta a tirare una linea di demarcazione: Rose si muove negli anni Venti, Ben nel 1977. Entrambi a New York, entrambi alla ricerca di un padre e di una madre finora solo sognati. Rose e Ben sono muti. di Massimo Giraldi e Sergio Perugini

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Argomenti: Cinema