La Turchia rielegge Erdogan. L’analisi: se la democrazia crea un sistema illiberale
La Turchia rielegge Erdogan. L’analisi: se la democrazia crea un sistema illiberale
di Giorgio Ferrari

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Quando in un futuro non lontano ci si interrogherà sul significato del concetto di “democrazia” e su come da Platone ai giorni nostri essa si sia piegata alle più fantasiose torsioni si farà inevitabilmente riferimento a come le procedure e le istituzioni democratiche – la libertà di parola, il suffragio universale, la democrazia rappresentativa – contengano per loro natura il rischio paradossale che siano esse stesse a inquinare e a stravolgere la democrazia. L’ esito delle elezioni anticipate in Turchia con la scontata affermazione di Recep Tayyip Erdogan (se pure condizionata dall’ appoggio del “Milliyetçi Hareket Partis”, la formazione nazionalista di estrema destra braccio destro dei Lupi Grigi che ha fatto mancare all’ Akp la maggioranza assoluta) non è che l’ ultima affermazione di quelle “democrazie illiberali” che proprio grazie a un sistema democratico riescono ad affermarsi e ad avere validità politica e giuridica. Certo, quel 52% di consensi potrebbe risultare inferiore di fronte alla fisiologica quota di brogli che l’ opposizione reclama; altrettanto certamente, vincere una competizione avendo a disposizione la quasi totalità dei mezzi a stampa e delle televisioni non appare così difficile; così come competere con un’ opposizione i cui esponenti sono in carcere o non ammessi alle liste elettorali (mentre altri cinquantamila fra funzionari pubblici, militari, forze dell’ ordine, militanti politici, giornalisti si trovano dietro le sbarre accusati di tramare contro lo Stato) avvantaggia sensibilmente il partito di governo. Tuttavia, costretti dall’ esito delle urne – Erdogan stesso la definisce «una vittoria della democrazia» – dobbiamo riconoscergli il diritto-dovere di governare fino al 2023 con poteri presidenziali che forse neanche la teocrazia degli ayatollah iraniani concepirebbe, mancandogli di fatto (potendo controllare sia il potere esecutivo sia quello giudiziario) quei “corpi intermedi” che Alexis de Tocqueville riconosceva come indispensabili perché la democrazia potesse sopravvivere. A ben vedere Erdogan non è affatto solo nel club; altre democrazie illiberali prima di lui hanno tracciato il solco: la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping, fra le superpotenze, ma anche il Venezuela di Maduro, l’ Egitto di al-Sisi, l’ Iran di Rohani e Khamenei, La Corea del Nord di Kim, le tante satrapie del Golfo, ma potremmo (con qualche cautela) aggiungervi l’ Ungheria e la Polonia. “Democrazie in transizione”, si usa chiamarle, con notevole ottimismo. Di fatto – come recita il bollettino del “Journal of Democracy” (vi collaboravano personaggi come Zbigniew Brzezinski e Václav Havel) – il numero delle democrazie nel mondo è in calo parallelamente ai diritti e alle libertà civili. Ed è questa la domanda che ci poniamo: che cosa ne farà Erdogan, da sedici anni al vertice del Paese, di questo potere smisurato? Come userà la possibilità di governare per decreti combinando in una sola carica la funzione di presidente e di primo ministro? Per lui vale oggi più che mai il monito formulato nel lontano 1748 da Montesquieu nel suo De l’ Esprit des Lois: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti ». Saprà Erdogan, forte dei suoi poteri assoluti, sorprenderci con una sincera svolta democratica, o viceversa si chiuderà a riccio nel Gran Serraglio dalle mille stanze che ha fatto edificare a sua immagine, mentre la Turchia si dibatte fra crisi economica, il crollo della moneta e un’ innegabile emorragia di consensi?

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Argomenti: Mappamondo
Tag: Cina Iran Russia Turchia Venezuela
Fonte: Avvenire