Venezia75. I “Leoni” alla Mostra del Cinema secondo Sir-Cnvf: dal nostalgico “Roma” di Cuarón alla parabola western di Audiard
Venezia75. I “Leoni” alla Mostra del Cinema secondo Sir-Cnvf: dal nostalgico “Roma” di Cuarón alla parabola western di Audiard

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Tutto pronto per la consegna del Leone d’oro alla 75a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, sabato 8 settembre ore 19.00. In attesa del verdetto della giuria presieduta da Guillermo del Toro, ecco i nostri “Leoni”, i film che ci sentiamo di segnalare per il podio dopo aver visionato le 21 opere in gara. Il Sir e la Commissione nazionale valutazione film della Cei hanno, infatti, raccontato ogni giorno la Mostra con approfondimenti e valutazioni pastorali.

Leone d’oro, corsa a due tra “Roma” e “The Sisters Brothers”
Si distaccano dagli altri 19 titoli per valore artistico e intensità narrativa i film “Roma” di Alfonso Cuarón e “The Sisters Brothers” di Jacques Audiard. Anzitutto “Roma”, poetico racconto sul Messico anni Settanta, girato in un luminoso bianco e nero. Il film esplora tanto la dimensione pubblica, sociale, con tutte le sue contraddizioni, quanto quella privata, la vita di una famiglia borghese. Un ritratto di due donne, di due classi differenti, che sperimentano abbandono e difficoltà trovando insieme la via della speranza e del riscatto.
Diverso, ma ugualmente incisivo, è “The Sisters Brothers”, l’esordio nel western di un autore francese di taglio sociale. Audiard orchestra con vigore e padronanza tutti i codici stilistico-narrativi del genere americano per eccellenza riuscendo a trovare la chiave per marcarlo con la sua poetica. Il film ci consegna il ritratto di un pistolero riluttante, il bravissimo John C. Reilly.

Gran premio della giuria per Tsukamoto o Nemes
Hanno un registro stilistico molto ricercato Shinya Tsukamoto e László Nemes, secondo noi vincitori del Gran premio della giuria. Tsukamoto con “Zan” (“Killing”) regala un avvincente e poetico dramma sugli ultimi samurai nel Giappone dell’800 ridotti a vita precaria. Con alle spalle un passato da valorosi combattenti, i “ronin” di Tsukamoto sono figure sul crinale del cambiamento, per le quali non sembra trovare posto il futuro. Regia visionaria.
E la stessa soglia di un cambiamento epocale la delinea Nemes con “Napszállta” (“Sunset”), che ci conduce nella Budapest del 1913, sul tramonto dell’Impero austro-ungarico. Nemes dirige con il vigore di un autore maturo, nonostante sia appena il suo secondo film. La cifra del pedinamento rimane il suo punto di forza.

I Coen favoriti per il Leone alla regia, segue Chazelle
Per la miglior regia non vediamo altri candidati al di fuori dei fratelli Joel e Ethan Coen con “The Ballad of Buster Scruggs”. L’elemento più originale e convincente del film – sei brevi episodi western – è proprio la regia dei Coen, così variegata e spumeggiante, capace di esplorare nello stesso racconto più di un registro narrativo: dalla commedia al grottesco, fino al mistery. Assolutamente cult!
Certo, non può essere trascurato Damien Chazelle con “First Man”, film di apertura del Festival. L’epico racconto della conquista della Luna nel 1969 viene declinato con abilità, alternando la concitazione per la mitica impresa alle inquietudini dell’animo dei protagonisti.

Coppa Volpi alle attrici di Lanthimos e al van Gogh di Schnabel
“The Favourite” di Yorgos Lanthimos ha imposto sin da subito le sue tre protagoniste per la Coppa Volpi: Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz. In particolare la Colman compone un ritratto sfaccettato e problematico della regina Anna Stuart, riuscendo ad alternare stati d’animo drammatici ad altri più euforici o feroci. Lanthimos, da parte sua, si mette al servizio di queste tre efficaci attrici, senza mai rinunciare al suo stile disturbante.
Da non sottovalutare, sempre per la miglior attrice, la performance di Natalie Portman in “Vox Lux” di Brady Corbet: una consumata cantante trasforma la propria tragedia in un meccanismo di ascesa mediatica. Film non del tutto riuscito, ma la Portman lascia il segno.
Sul fronte maschile, la Coppa Volpi la vediamo giusta per Willem Dafoe nei panni del pittore Vincent van Gogh, rilettura esistenziale-poetica firmata Julian Schnabel. Dafoe rende credibile l’urgenza creativa-contemplativa dell’artista così come i suoi demoni interiori. Schnabel lo sostiene con una regia visionaria e avvolgente.
E sempre per la stessa categoria merita una menzione il duo criminale-poliziotto di “Frères Ennemis” di David Oelhoffen interpretato da Matthias Schoenaerts e Reda Kateb. Dramma asciutto cui gli attori imprimono tensione.

Migliore sceneggiatura tra Leigh, Martone e Assayas
Giochi aperti per la miglior sceneggiatura tra tre consolidati maestri del cinema europeo. Parliamo di Mike Leigh con il dramma storico “Peterloo”, affresco dell’Inghilterra dell’800 in cerca di diritti e migliori condizioni. Poi, Mario Martone con “Capri-Revolution”, ritratto di una giovane pastorella nell’Italia del 1914 schiacciata tra soffocanti arcaismi e brezze rivoluzionarie. Ultimo, Olivier Assayas con “Double vies” (“Non-Fiction”), che con ironia e intelligenza fotografa il cortocircuito della società attuale, spaccata tra “apocalittici e integrati” nella cultura digitale.

Premio Speciale per Greengrass o Minervini
Per il premio speciale della giuria scommettiamo su due film urgenti che colgono le pieghe problematiche della società oggi, segnata da crescenti discriminazioni e scivolamento verso pericolosi estremismi. Il primo è “22 July” di Paul Greengrass, che raccontando la tragedia di Oslo nel 2011 affida ai giovani l’invito a giocarsi il futuro nel dialogo e nell’inclusione. Il secondo è “What You Gonna Do WheLì’n the World’s on Fire?” di Roberto Minervini, potente ritratto degli USA dove è ben viva la questione razziale e la discriminazione degli afroamericani. Verboso, ma incisivo e coinvolgente.

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