Patto mondiale sui migranti, occasione da non sprecare
Patto mondiale sui migranti, occasione da non sprecare
di Laura Zanfrini

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Con la ‘Dichiarazione di New York‘ (settembre 2016), i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno riconosciuto la necessità di rafforzare la governance multilaterale delle migrazioni, avviando il processo per lo sviluppo di un patto globale che dovrebbe essere adottato in occasione della conferenza intergovernativa programmata per il dicembre 2018 a Marrakesh. L’urgenza di costruire un sistema internazionale per la gestione delle migrazioni è autoevidente: quella umana, infatti, è l’unica realtà ancora non protetta da un apparato di regolazione analogo a quelli che disciplinano le transazioni finanziarie o il commercio di merci, beni e servizi. Certo non siamo all’anno zero: molteplici sono le iniziative avviate nel quadro di accordi bilaterali e multilaterali e, tra di esse, lo sforzo pluriennale per la comunitarizzazione della materia (e qui, nonostante le sue vistose criticità, l’Unione Europea resta l’esperienza più avanzata di collaborazione multilaterale). La stessa presenza, in seno alle Nazioni Unite, di due agenzie specializzate – Oim e Acnur/Unhcr – indica i progressi realizzati nella cooperazione a livello globale. Negli ultimi decenni si è inoltre assistito allo sviluppo di accordi di collaborazione e al lancio di forum di dibattito e condivisione delle esperienze, con un ruolo importante svolto dai soggetti della società civile (liberi dai vincoli che ingessano l’iniziativa dei governi), dalle organizzazioni religiose (spesso nel quadro di iniziative ecumeniche), dalle amministrazioni locali (attraverso, per esempio, la costruzione di reti di città impegnate nell’accoglienza).

Tuttavia, il traguardo di uno strumento organico di cooperazione multilaterale è finora rimasto disatteso. E non mancano gli ostacoli alla sua realizzazione. In primo luogo, il controllo delle frontiere, rappresentato come l’ultimo vessillo della sovranità nazionale, è una posta in gioco determinante della competizione politica. La ‘protezione’ dei confini (fisici, politici e soprattutto identitari) costituisce un obiettivo irrinunciabile per i governi, indipendentemente dalla loro colorazione, insieme a quello di evitare le intrusioni di attori esterni (sui quali semmai si scarica la responsabilità dei fallimenti). Esigenze che hanno condotto l’amministrazione Trump all’infelice decisione di abbandonare i negoziati per i Global Compact, e che renderanno l’accordo finale non vincolante per gli Stati firmatari. Sulla disponibilità a cooperare pesa anche la divergenza di interessi degli attori in campo. I Paesi del cosiddetto Sud globale mirano soprattutto a incamerare flussi di valuta e investimenti, oltre che alla possibilità di ‘esportare’ i propri disoccupati. Per quelli del Nord, obiettivo prioritario è contrastare i flussi irregolari e l’immigrazione ‘indesiderata’, insieme alla possibilità di attrarre la cosiddetta immigration choisie, l’immigrazione selezionata.
Infine, certo non giova il diffuso scetticismo sulle potenzialità della cooperazione in questa materia, a fronte dei fallimenti del passato e dei rischi di un comportamento strumentale da parte degli attori in gioco. Circostanza che concorre a spiegare il tiepido interesse, e le basse aspettative, verso l’iniziativa dei Global Compact. Tuttavia, il sostanziale fallimento – tanto sul piano politico quanto sul piano etico – del governo della mobilità umana è una ragione più che sufficiente a incoraggiare gli sforzi per costruire un sistema di governance per una migrazione sicura, ordinata e legale, come recita il testo della proposta. Ovvero per non sprecare l’occasione che si è aperta grazie all’iniziativa dell’Onu.

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Argomenti: Migranti
Tag: Europa migranti Onu Unhcr
Fonte: Avvenire