Intervista a Thomas Evans: «Mai più un caso Alfie Evans»
Intervista a Thomas Evans: «Mai più un caso Alfie Evans»

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«Mi chiamo Thomas Evans. Sono il papà di un bellissimo bambino di nome Alfie». Ti aspetti un ricordo, una rievocazione con i verbi declinati al passato e invece è tutt’un parlare al presente, per dare seguito alla grande mobilitazione internazionale che scattò quando i tribunali inglesi decisero che quel piccolo andava accompagnato alla morte, in nome del suo «migliore interesse». Si commuove due volte papà Thomas. La seconda volta, all’incontro di Atreju, sull’isola Tiberina, la gente assiepata sotto il tendone scatta tutta in piedi, e a consolarlo gli si affianca – prendendo il posto dell’interprete – l’inseparabile compagna Kate, 41 anni in due e una determinazione che non ti aspetti. La stessa che – in presenza di un rischio genetico al 25 per cento – li ha portati a volere un altro figlio: «Il 6 agosto io e Kate – annuncia – siamo diventati i genitori di Thomas James, il fratello di Alfie». Perché Alfie c’è sempre. «Avremo sempre due bambini».

Avete capito di più della sua malattia e se c’erano margini per curarlo?
Era affetto da “deficit di Gaba transaminasi”, un disturbo neurovegetativo che avrebbe però concesso possibilità di cura. Ce l’aveva già detto Alfie, con tanti piccoli miracoli. Il primo quando noi, di fronte al primo responso dei medici (ancora sconvolti e frastornati) acconsentimmo a che fosse “lasciato andare”. Ma poi ci accorgemmo che, contrariamente a quel che ci avevano detto i medici, lui respirava da solo. Fu allora che decidemmo che non avremmo permesso a nessuno di interrompere la sua vita, e li obbligammo a ripristinare i supporti vitali. Un altro piccolo miracolo ci fu quando arrivò a Liverpool la presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, e io girai l’ennesimo video di denuncia: Alfie aprì gli occhi, come a darci una nuova dimostrazione della sua voglia di lottare. Fino agli ultimi giorni, che sono stati un calvario, l’ultimo dei quali lo abbiamo passato dormendo per terra, tenuti a forza lontano dal bambino. Venne interrotta la ventilazione meccanica, ma Alfie compì l’ennesimo miracolo: respirava da solo. I medici avevano dichiarato al processo che sarebbe sopravvissuto poche ore, un giorno al massimo. Ma non fu così.
(di Angelo Picariello)

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Argomenti: Bioetica
Tag: Alfie Evans Eutanasia Liverpool Mariella Enoc Ospedale Bambino Gesù
Fonte: Avvenire