Intellettuali nel lager. Torturati dalla coscienza
Intellettuali nel lager. Torturati dalla coscienza

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Gli intellettuali se la sono cavata meglio ad Auschwitz? È una delle sensazioni che a prima vista possono cogliere il lettore che affronta l’opera di Primo Levi. Leggendo “Il sistema periodico”, che egli non considera né un’autobiografia né un romanzo, quanto «una microstoria, la storia di un mestiere e delle sue sconfitte, vittorie e miserie», l’autore parla del laboratorio del chimico come una scuola di sopravvivenza. Ed è esattamente quanto gli è accaduto nel lager, dove l’essere un chimico gli ha consentito di venire esonerato dai compiti ingrati e massacranti della maggior parte dei detenuti. Polemizzando con Jean Améry, per il quale essere intellettuali nel campo di concentramento andava considerato uno svantaggio, Levi, che inglobava nella categoria non solo gli umanisti ma anche gli scienziati, riteneva che il fatto di svolgere un’attività all’interno del laboratorio consentisse una chance di sopportazione maggiore dell’orrore.

Quella degli intellettuali nei lager nazisti è una delle tante sollecitazioni che emergono dal libro di Maria Anna Mariani, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Chicago, da poco uscito da Carocci col titolo “Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura“.

Si spazia dallo psicoanalista Bruno Bettelheim, che una volta libero rimproverò ai sopravvissuti di essere stati troppo inermi, incapaci di ribellarsi alle angherie loro inflitte, allo scrittore Terrence Des Pres, il quale piuttosto vedeva l’unico atto di rivolta possibile nel lager nel restare attaccati alla vita: entrambi – ahinoi! – si sono suicidati, così come Améry e Primo Levi. Questi ultimi forse incapaci di sopportare il fatto di essere sopravvissuti, il pesante macigno di essere ancora vivi dopo la catastrofe.

(di Roberto Righetto)

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Argomenti: Cultura
Tag: Auschwitz cultura lager nazismo
Fonte: Avvenire