L’analisi. Il muro con il Messico, per Trump un simbolo a ogni costo
L’analisi. Il muro con il Messico, per Trump un simbolo a ogni costo

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Sempre più un uomo solo al comando. Sempre più un uomo con le spalle al muro. Abituato al costante pubblico elogio da parte del suo entourage, Donald Trump fa i conti con una squadra che nel momento della verità, sulla cruciale questione immigrazione, va scansandosi, lasciando il capo a un solitario battage mediatico. Con un’economia che mostra segni evidenti di rallentamento e con un Congresso che vede ora i democratici in maggioranza alla Camere, Trump sa di dover portare a casa il risultato-simbolo almeno sul dossier del muro al confine, in un anno che farà da trampolino di lancio per la campagna per la rielezione alla presidenza del 2020.

È alla Casa Bianca che l’opinione pubblica americana sta imputando lo stallo sullo “shutdown”, la serrata delle attività governative che costa ogni giorno da tre settimane lo stipendio a 800mila persone e che Trump vede come moneta di scambio per ottenere i 5,6 miliardi di dollari necessari a costruire il muro al confine. I democratici non hanno nessuna urgenza di cambiare tattica e accusano il presidente di usare i dipendenti pubblici come leva per i suoi obiettivi politici. La risposta di Trump è nell’alzare i toni: sa che fa presa parlare di «crisi di sicurezza», di un’equazione tra immigrazione e crimine. E quasi metà degli elettori americani, ha sottolineato ancora ieri un’indagine di Politico/Morning Consult, è davvero convinta che alle frontiere degli Stati Uniti ci sia un’emergenza, una vera e propria crisi.

Una vittoria sul fronte muro tornerebbe a far brillare il marchio Trump. Il presidente sta ancora faticando a trovare il nuovo capo del Pentagono dopo l’addio di Jim Mattis, che ha lasciato per disaccordi su questioni chiave come il ritiro dalla Siria. Per quella che è una delle poltrone più influenti dell’Amministrazione, Trump ha già ricevuto due no. E presto potrebbe perdere di nuovo il suo capo dello staff: Mick Mulvaney, nominato di recente, sembra già orientato a lasciare.

Una boccata d’ossigeno è arrivata per Trump dalla crescita dei posti di lavoro negli Usa: ne sono stati creati 312mila a dicembre e sono saliti anche i salari. Ma il rallentamento evidente della produzione industriale, la crisi dei mercati finanziari e la guerra dei dazi con la Cina aprono scenari economici preoccupanti per il nuovo anno. Viste le prospettive, la Fed, che era pronta ad alzare tre volte i tassi nel 2019, potrebbe lasciarli invariati, facendo felice Trump. Che però vuole qualcosa di ancora più tangibile, più visibile, più filmabile da vendere al grande pubblico. E un muro di cinque metri, quello sì che è perfetto.

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Argomenti: Mappamondo