Spiritualità. Se il sabato ebraico è la festa del mondo
Spiritualità. Se il sabato ebraico è la festa del mondo

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Nessuno può dire di conoscere l’ebraismo se non ha davvero compreso cosa sia il Sabato ebraico, e nessuno può dire di averlo capito se non ha vissuto, almeno una volta, lo spirito e le norme dello shabbat. È il segreto palese, se mi è concesso l’ossimoro, della vita ebraica più autentica, ma proprio perché è sotto gli occhi di tutti e perché non si possono leggere le Scritture senza imbattersi continuamente nella santificazione del Sabato (che è esplicitamente uno dei dieci comandamenti), questo precetto è anche tra i più trascurati, per non dire il più frainteso. Molta cultura cristiana pensa che la domenica sia il ‘sabato degli cristiani’. Ma se non si capisce cos’è lo shabbat ebraico, la metafora resta vuota non solo di prassi ma soprattutto di senso. E tradurlo con il termine ‘festa’ è estremamente riduttivo: non è una festa, ma la festa nel senso più pieno. Celebra infatti il compimento divino del più grande miracolo umanamente immaginabile: l’esistenza del mondo. Non solo, del mondo questo giorno settimo, che Dio ha comandato di santificare, rivela il senso e la vocazione nonché la trascendenza. Nel ricordo del riposo divino – shabbat vuol dire cessazione e riposo – sono inscritte la finalità e la speranza del creato, inteso come unità di natura e storia. Non è esagerato affermare che, se esiste, la metafisica dell’ebraismo sta tutta nei valori e nella prassi che costituiscono lo shabbat. Non a caso i rabbini abbiano sempre insegnato: «Non è Israele che custodisce il Sabato ma il Sabato che custodisce e preserva e fa sopravvivere Israele», né è un caso che nelle lingue derivate dal latino questo giorno settimanale abbia fino ad oggi mantenuto il suo nome ebraico.

Il filosofo francese-israeliano Benjamin Gross, da poco scomparso, è l’ultimo dei grandi maestri ebrei contemporanei, sulla scia di Franz Rosenzweig, Joseph Soloveitchik e Avraham Joshua Heschel, ad aver scritto sul valore cosmico e religioso del Sabato nella tradizione ebraica. Nel volume Momento di eternità (appena pubblicato dalle Edb nella collana ‘cristiani ed ebrei’), Gross sostiene che esiste un preciso parallelo tra Israele e il Sabato: «La nascita della società ebraica, all’epoca dell’esodo dall’Egitto, rappresenta sul piano della storia ciò che lo shabbatrappresenta sul piano della natura: una traccia della trascendenza inserita nell’universo per testimoniare l’Origine ossia il Creatore. Lo shabbat e Israele sono consustanziali ». In questo giorno si fa memoria congiunta di due eventi distinti ma paralleli, uno naturale e universale e uno storico e particolare, inscindibili nell’economia del racconto biblico: la creazione del mondo e l’uscita di Israele dall’Egitto. Due memorie che convergono nell’unico giorno che Dio ha voluto ‘santo’, che cioè ha separato dagli altri elevandolo a memoriale vivente. Il precetto di santificare questo giorno sta nella lista dei doveri verso Dio, che simbolicamente si trova nella prima delle due tavole dei comandamenti. Ma ciò non significa che esso non racchiuda alcuni doveri verso il prossimo o non veicoli un messaggio sociale e politico. Anzi, di tutti i comandamenti è proprio quello che contiene la rivoluzione politica più radicale che sia mai stata annunciata: nel giorno del Sabato, infatti, l’obbligo del riposo e della celebrazione investe alla pari uomini e donne, genitori e figli, padroni e servi, esseri umani e animali domestici. Di fatto, sottolinea Gross, lo shabbat prospetta ciò che in linguaggio moderno chiameremmo ‘l’abolizione della divisione delle classi, l’insubordinazione verso le leggi dell’economia e il superamento dell’alienazione causata dalla necessità del lavoro quotidiano’. Un’utopia marxiana ante litteram (non dimentichiamo le radici ebraiche del pur ateo Marx) ma che meglio si comprende alla luce della categoria dello shalom messianico. Come potrebbe lo spirito del Sabato ebraico non includere questa prospet- tiva escatologica di giustizia, integrità e armonia per tutti gli esseri viventi, animali inclusi? Lo shabbatè, per i maestri di Israele, un sessantesimo del mondo futuro, del paradiso, della redenzione finale; è un anticipo e funge una promessa di ciò che può già essere gustato quaggiù e che diventa modello e ispirazione per i riscatti e le piccole redenzioni di cui necessitano i sei giorni di quoti- diano lavoro, che dallo shabbat ricevono luce e orientamento. Per esplicitare questo senso etico universale, contenuto nella prassi sabbatica, il teologo chassidico Heschel aveva scritto il suo libro più famoso Il sabato e il suo significato per l’uomo moderno, un classico della spiritualità occidentale. L’ebraismo privilegia la santificazione del tempo alla monumentalizazzione dello spazio: non ha lasciato piramidi o cattedrali ma ha consegnato all’umanità un’architettura temporale ossia il suo calendario liturgico e la sacralità del riposo settimanale e dalla speranza messianica. All’uomo contemporaneo, stressato dalla conquista dello spazio e della visibilità, Heschel contrappone la conquista del tempo, che è interiorità e persino nascondimento, perché i valori e i significati profondi dell’esistenza non sono merce da trattativa mercatile. Non si comprano né si vendono, possono solo essere coltivati, curati e condivisi.

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Argomenti: Cultura
Tag: ebrei sabato ebraico shabbat
Fonte: Avvenire