Rosarno. Nove anni dopo, tutto uguale: la baraccopoli della vergogna
Rosarno. Nove anni dopo, tutto uguale: la baraccopoli della vergogna

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Davanti all’ingresso della piccola baracca di teli di plastica è cresciuto un cespuglio di delicati fiori gialli. Allegro, inaspettato. Una piccola aiuola naturale. Dietro la baracca un’enorme montagna di rifiuti di ogni tipo ci riporta alla drammatica realtà, quella della baraccopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria. Siamo ancora qui, per il nono anniversario della rivolta dei braccianti immigrati di Rosarno, il primo dopo il decreto Salvini che anche qui fa sentire i suoi negativi effetti. A partire dalle presenze in aumento di immigrati col permesso di soggiorno per motivi umanitari espulsi dai Cas dove non possono più restare. E che non possono entrare negli Sprar. Regolari ma senza accoglienza. «E dove possiamo andare? Qui a San Ferdinando », ci dicono. E vengono da tutta l’Italia. Gran brutto anniversario. Era il 7 gennaio 2010 e i giovani africani protestarono contro le violenze e lo sfruttamento della ’ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori agricoli. Malgrado promesse e annunci, anche quest’anno le condizioni di vita sono peggiorate. Nella vecchia baraccopoli sopravvivono in poco meno di duemila.

A un centinaio di metri la nuova tendopoli realizzata nel 2017 e che doveva risolvere tutti i problemi. Dovrebbe ospitare circa 450 persone, in grandi tende blu, ordinate e efficienti. Troppo pochi per una popolazione stagionale di braccianti, ingrossata da quest’anno da chi, uscito da un centro di accoglienza, non sa dove andare. Ce lo spiega Alikali che ci accompagna nel nostro giro tra baracche di ogni tipo. «C’è tanta preoccupazione per la nuova legge, non riusciamo a capire cosa succederà ora. Quale sarà il nostro futuro?». Lui ha 32 anni, viene dal Gambia. È in Italia da 6 anni e da 3 frequenta San Ferdinando, girando anche in altre regioni alla ricerca di lavoro.

Anche se il suo desiderio sarebbe quello di finire gli studi di veterinaria che ha iniziato nel suo Paese. Non vive nella baraccopoli e neanche nella nuova tendopoli, ma in una sorta di limbo di trenta tende piantate tra le due strutture un anno fa per ospitare chi aveva perso la baracca nell’incendio che provocò la morte della giovane Becky Moses. Alikali lo ricorda bene. Lui c’era, così come in occasione dell’incendio che il 2 dicembre si è portato via la giovane vita di Suruwa Jaiteh. E c’era anche il 31 dicembre quando il fuoco ha distrutto una decina di baracche. Cominciamo proprio da lì il nostro giro. «Come è successo?», gli chiediamo. «Dicono che è stata una bombola a esplodere. Ma non è vero. Forse un fuoco per scaldarsi. Forse qualcuno lo ha fatto apposta…».

(di Antonio Maria Mira)

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Argomenti: Migranti
Tag: caporalato migranti Rosarno
Fonte: Avvenire