Ritorno a San Ferdinando. I braccianti restano invisibili
Ritorno a San Ferdinando. I braccianti restano invisibili

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Si avvicina l’inverno, e la raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro. Il primo anno senza l’enorme e indegna baraccopoli nata nel 2011 dopo la rivolta del 7 gennaio 2010 dei braccianti africani contro le violenze e lo sfruttamento della ’ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori. Ma anche senza che siano state create alternative alle baracche. Niente. Malgrado siano passati più di otto mesi dallo sgombero. Restano invece i resti delle baracche, enormi cumuli di rifiuti in parte coperti dalle piante cresciute in questi mesi.

 Giriamo tra lamiere, plastiche, legno, materassi, reti, intrecciati ai resti delle vecchie tende della Protezione civile. Come a marzo e come a giugno quando eravamo venuti l’ultima volta. L’unica novità sono tende chiuse, dentro i loro sacchi con la scritta ministero dell’Interno. Chi le ha buttate tra i rifiuti? Probabilmente sono quelle che, dopo lo sgombero, erano state aggiunte nella nuova tendopoli che era arrivata ad ospitare fino 850 persone rispetto alle 450 previste. Il 22 marzo, nel rogo di una tenda, quasi sicuramente innescato da un difetto dell’impianto elettrico, era morto Sylla Noumo, 32 anni del Senegal. Dopo il dramma erano state tolte molte delle tende aggiunte, per ricreare spazi di sicurezza. Sono quelle buttate tra i rifiuti? Eppure sembrano in buone condizioni. Un assurdo spreco. L’ennesimo mistero.

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Argomenti: Lavoro
Tag: braccianti caporalato Lavoro migranti san ferdinando
Fonte: Avvenire