Da vittima a testimone. «Così in carcere converto i camorristi»
Da vittima a testimone. «Così in carcere converto i camorristi»

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Giuseppe Miele aspetta ancora giustizia per la morte del fratello Pasquale, ucciso dalla camorra trenta anni fa. Ma non ha atteso per perdonare gli assassini del fratello. «Mi ha aiutato il mio cammino di fede», spiega in occasione dell’incontro con le scuole organizzato per ricordare quel drammatico giorno. E racconta come quel perdono lo porta anche in carcere, incontrando tanti detenuti di Secondigliano, camorristi compresi. «Lo faccio per mio fratello. Così Pasquale è ancora vivo, malgrado quel terribile giorno».

Era il 6 novembre 1999Una notte di tempesta a Grumo Nevano, paesone a nord di Napoli. Pioggia, vento, tuoni. La famiglia Miele, piccoli imprenditori tessili, raccolta davanti al televisore, non si accorge di un rumore diverso. Ma più tardi vedono a terra i vetri rotti di una finestra. Pasquale si avvicina. Un secondo colpo risuona nella notte. E un pallettone partito da un fucile a canne mozze lo colpisce al collo. Per il giovane non c’è niente da fare. Muore dissanguato in pochi minuti. Ucciso per aver detto ‘no’ alle violente pretese del clan. Muore davanti ai genitori.

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Argomenti: Giustizia
Tag: carcere Napoli storie
Fonte: Avvenire