Pastorale della salute oltre gli ospedali
Pastorale della salute oltre gli ospedali

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Primo: studiare. Come i missionari che mentre si preparano a partire s’impegnano a imparare la lingua del Paese di destinazione. È la metafora cui don Massimo Angelelli fa ricorso per spiegare ai cappellani ospedalieri di nomina più recente quali sono le esigenze del loro incarico, spesso assimilato nell’immaginario popolare (e non solo) a dispensatori di sacramenti in corsia, e invece evoluto – con tutta la pastorale di settore – di pari passo con gli sviluppi della medicina, l’impatto delle tecnologie, la domanda crescente di senso davanti alla malattia e al dolore, la deflagrazione di sempre più complessi dilemmi bioetici, il proliferare di messaggi semplificatori e fuorvianti raccattati consultando il ‘dottor Google’…

La pastorale sanitaria diventa così pastorale «della salute » nel senso più ampio, uscendo dai soli luoghi di cura per disperdersi anche nei luoghi di vita, ovunque si possano incontrare il malato, l’anziano, il disabile, ma anche la persona sola e sofferente, che attendono anche oggi – e semmai oggi più di prima – che un samaritano si accorga di loro là dove sono. Occorre ‘uscire’, guarda caso. Per questo l’Ufficio Cei per la Pastorale della salute insiste (certo non da oggi) sulla formazione, e con il suo direttore ricorda nel corso per le ‘reclute’ delle cappellanie ospedaliere e degli uffici diocesani – fino a domani alla Domus Pacis di Assisi – che i saperi da acquisire non sono più solo strettamente religiosi.

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Argomenti: Salute
Tag: assistenza Massimo Angelelli ospedali Ufficio nazionale per la pastorale della salute
Fonte: Avvenire