Così l’accoglienza dell’Uganda ha cambiato faccia e tante vite
Così l’accoglienza dell’Uganda ha cambiato faccia e tante vite

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Bimbe a piedi sbucano tra nuvole di polvere. Terra rossa nell’Africa nera, l’Africa vera, l’Africa ancestrale degli Acholi, quella macchiata di sangue ai tempi della folle guerriglia di Joseph Kony. L’Africa di cui si parla poco, quella che accoglie e cura i suoi figli in fuga dalla guerra fregandosene delle frontiere. Uganda, cuore del continente.

Dalla capitale Kampala abbiamo puntato verso nord, 400 chilometri attraversando il Nilo in direzione di Gulu, passando tra mercati affollati di tutto e di niente. «Dio ha grandi progetti per me», recita ottimista una bancarella derelitta dal tetto in lamiera. Ragazzi di 12-13 anni assediano pulmini debordanti di viaggiatori, provando a vendere pannocchie e cosce di pollo arrostite a bordo strada. Le donne, invece, trasportano taniche d’acqua sulla testa disperdendo i loro passi lungo sentieri secondari. Passata Gulu, altri 100 chilometri a nord-ovest ci portano nel distretto di Adjumani, alla ricerca di un modello di accoglienza diverso da quello a cui siamo abituati e che ha dato rifugio solo in questa regione a 218mila profughi scappati dagli scontri in Sud Sudan, a fronte di una popolazione locale di 250mila abitanti. In totale, però, sono 1,3 milioni i profughi ospitati in Uganda, il Paese africano che ne accoglie di più e tra i primi cinque a livello mondiale.

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Argomenti: Mappamondo
Tag: accoglienza Africa Uganda
Fonte: Avvenire