L’eredità di Lea Garofalo: liberi di lasciare mafia e ‘ndrangheta
L’eredità di Lea Garofalo: liberi di lasciare mafia e ‘ndrangheta

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Dieci anni fa, il 24 novembre 2009, moriva a Milano Lea Garofalo, testimone di giustizia, uccisa dal suo ex compagno, Carlo Cosco, boss ’ndranghetista di Petilia Policastro. E poi bruciata per annientare la sua vita e la sua scelta. Una storia di coraggio e di ricerca di libertà, una donna e madre calabrese che decise di rompere le regole di omertà e di una distorta concezione della famiglia, pilastri della cultura della ’ndrangheta. Una scelta per amore di sua figlia Denise. Ma pagata con la morte.

«Fu una sconfitta di tutti – ammette don Luigi Ciotti, presidente di Libera –. Lea sapeva di essere in pericolo. Non potrò mai dimenticare quel giorno a Firenze: alla fine di un convegno fui avvicinato da una donna che mi chiese aiuto per sé e la figlia: era Lea. Non voleva che la ‘ndrangheta rubasse a sua figlia la vita come l’aveva rubata a lei. Era una donna angosciata e sola. Lo Stato poteva e doveva fare di più». Non una morte invano. Oggi sono una trentina le donne che hanno deciso di lasciare l’ambiente mafioso per salvare se stesse e soprattutto i figli. Altre hanno intrapreso il percorso. E sono 70 i minori allontanati dalle proprie famiglie ’ndranghetiste, spesso su richiesta delle madri, o assieme a loro. Non mancano interi nuclei familiari. E anche alcuni padri in carcere al 41bis cominciano a chiedere di salvare il figli da un destino mafioso. Un percorso di cambiamento frutto dell’intuizione e dell’impegno del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, assieme a Libera. È il protocollo ‘Liberi di scegliere’, nato col sostegno economico della Cei e che dal 5 novembre vede schierarsi anche i ministeri dell’Istruzione, della Giustizia e delle Pari Opportunità, e la Procura Nazionale Antimafia.

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Argomenti: Giustizia
Tag: 'ndrangheta legalità Luigi Ciotti mafia
Fonte: Avvenire