Roma, quel lievito che trasforma le famiglie in comunità
Roma, quel lievito che trasforma le famiglie in comunità

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«Siamo come il lievito». A conclusione del nostro colloquio, Marco Tarantini e Chiara Marchetti descrivono così la singolare e più che trentennale realtà comunitaria di cui sono fra i fondatori. Singolare perché è costituita da famiglie; perché non ha un nome e potrebbe non averlo mai; perché non ha una regola o uno statuto a cui riferirsi; perché è un cantiere in continua evoluzione, fatto di nessuna teoria ma soltanto di pratica; singolare perché si regge sul costante affidamento a quella che Marco e Chiara chiamano «la nostra vocazione alla vita comunitaria», una sorta «di obbligo al confronto che è diventato uno stile di vita».

Quel «siamo come il lievito» pronunciato con semplicità in un incontro a più voci e a più volti, intorno al tavolo delle cene comuni, ne è forse la fotografia più fedele. Il lievito che per sua natura non ha forma, ma dà forma, che se viene lavorato non cessa mai di edificare. Quel lievito che riunisce sempre nuove persone intorno alla mensa perché possiede una forza attrattiva che è caratteristica, la più autentica, della comunità cristiana. Insieme a Marco e Chiara c’è anche Cecilia, la prima delle tre figlie di Chiara. Rappresentano i loro due nuclei familiari e la comunità di famiglie che stanno contribuendo a edificare. Vivono in un casale nel Parco di Veio, alle porte di Roma. Quattro famiglie in totale condivisione, più tre famiglie in appartamenti separati nella stessa struttura e altre quattro in case limitrofe, in una proprietà di una ventina di ettari. Tutte, a vario grado, condividono lo stesso ideale comunitario a cominciare dall’accoglienza dei figli, che sono 33 e dalla regola non scritta delle porte aperte: quelle che conducono nelle case, negli appartamenti, nei giardini, ma anche nei cuori di ciascuno.

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Argomenti: Storie
Tag: accoglienza Chiesa comunità famiglia Roma
Fonte: Avvenire