I delitti di ’ndrangheta. «Mio figlio ucciso dai clan. Io senza giustizia»
I delitti di ’ndrangheta. «Mio figlio ucciso dai clan. Io senza giustizia»

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Dieci anni fa, la sera del 5 dicembre 2009 veniva ucciso a Taurianova il diciottenne Francesco Inzitari. Era appena uscito da una festa in una pizzeria, quando i killer gli spararono dieci colpi di pistola, in gran parte al volto. Un delitto trasversale, una vendetta della ’ndrangheta.“Ciccio”, così come veniva chiamato, non aveva colpe, vittima innocente. La sua morte era il sanguinario e terribile messaggio al papà, Pasquale Inzitari, imprenditore di Rizziconi, ex consigliere comunale e provinciale dell’Udc, che aveva permesso la cattura il 13 luglio 2006 del boss della cosca locale Teodoro Crea, detto «Toro» e, perché fosse chiaro, «dio onnipotente». Di questo sono convinti investigatori e magistrati, ma senza avere finora prove. Una vicenda sul confine, complessa. Ma sicuramente “Ciccio” ne era totalmente estraneo. Ed è soprattutto storia di un paese dominato da paura e violenza. Il 27 aprile 2008 viene ucciso con una bomba sotto l’auto Nino Princi, cognato e socio di Pasquale Inzitari. Il 5 dicembre 2009 l’omicidio del ragazzo. E la scia di sangue non si ferma. Non contenti di avergli ucciso il figlio, il 27 luglio 2017 provano ad uccidere il padre. Ma la missione dei killer a Corigliano (dove lavora l’imprenditore) fallisce. Da allora Inzitari vive sotto scorta. Come l’ex sindaco Nino Bartuccio e l’imprenditore Nino De Masi, che hanno denunciato violenze, estorsioni e affari del clan. Auto blindata e militari davanti alla casa e all’azienda. Così come è blindata la vita di Michele Albanese, cronista della Gazzetta del Sud che queste storie ha raccontato con impegno e professionalità. Quattro scortati in un paese di meno di 8mila abitanti, sciolto due volte per infiltrazione mafiosa. Ma Bartuccio e De Masi non hanno mollato e sono riusciti a far condannare “Toro” Crea e i figli Giuseppe e Domenico, arrestati, questi ultimi, nel 2016 e nell’agosto scorso, dopo dieci e quattro anni di latitanza. Ora sono tutti e tre al 41bis, ma le violenze non si fermano. Lo scorso anno, il giorno di Natale, a Pesaro, viene ucciso Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Biagio Bruzzese. L’unico, interno al clan, ad aver rotto il muro di silenzio nel paese.

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Argomenti: Giustizia
Tag: 'ndrangheta legalità mafia
Fonte: Avvenire