Cinema. “Wonder”, il bisogno di essere accolti
Cinema. “Wonder”, il bisogno di essere accolti

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“Ricondotta alla dimensione antropologica, la metafora della rete richiama un’altra figura densa di significati: quella della comunità. Una comunità è tanto più forte quanto più è coesa e solidale, animata da sentimenti di fiducia e persegue obiettivi condivisi. La comunità come rete solidale richiede l’ascolto reciproco e il dialogo”. È quanto afferma papa Francesco nel Messaggio per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Una riflessione sul senso della comunità come rete aggregante e includente, in cui trovare uno spazio di dialogo e di ascolto reciproco. È un po’ quello che succede nel film “Wonder” (2017) di Stephen Chbosky, una storia tenera dalle sfumature educational in cui famiglia e scuola rappresentano un terreno accogliente. È una piccola storia di coraggio e inclusione, il racconto di un bambino sfigurato da una malattia che impara a farsi accettare e amare per quello che realmente è. Un film sul desiderio di condivisione, l’importanza di sentirsi parte di un gruppo. “Wonder” è la terza proposta del ciclo di 18 film indicati dalla Commissione nazione valutazione film e dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI per approfondire il tema del Messaggio del Santo Padre.

Dal romanzo al film
È stato un vero e proprio caso cross-mediale “Wonder”, un successo tanto a livello editoriale quanto cinematografico. Anzitutto alla base del fenomeno c’è la storia scritta dall’autrice R.J. Palacio nel 2013, che ha trovato poi la via del grande schermo con il regista Stephen Chbosky – che firma la sceneggiatura insieme a Steve Conrad e Jack Thorne – e il coinvolgimento di star come Julia Roberts, Owen Wilson e il piccolo Jacob Tremblay.
Stati Uniti, oggi. August, detto in famiglia Auggie, ha 11 anni e passa le sue giornate in casa con la mamma Isabel, che si occupa della sua istruzione secondo un progetto di “homeschooling” (scuola a domicilio). In famiglia ci sono anche il papà Nate e la sorella Via. Il suo è un nido confortevole e di protezione, perché Auggie ha avuto un’infanzia complicata, con malattia che lo ha sfigurato in volto e lo ha costretto a 27 operazioni. Ora Auggie è chiamato ad affrontare una nuova prova: iscriversi in una vera scuola e prepararsi all’incontro con i suoi coetanei. Nel bambino si attivano sentimenti contrastanti, certamente di ansia e paura, ma anche il brivido di scoprirsi finalmente uguale agli altri. Il film scorre lungo questo binario, il primo anno di scuola, raccontato attraverso una molteplicità di punti di vista: del bambino, della sorella Via, dell’amico Jack e infine dei genitori.

Il valore educativo del film
Seppur dalla struttura narrativa semplice e lineare, pensato per un pubblico di preadolescenti e famiglie, il film “Wonder” presenta una certa stratificazione tematica.
È anzitutto la storia di un bambino segnato da una malformazione, corretta con numerose operazioni sino a raggiungere il migliore aspetto possibile per vivere un’esistenza serena e condivisa. Il percorso di inserimento scolastico di Auggie non è affatto facile, perché nei bambini (così come negli adulti) prendono piede spesso pregiudizi e la tendenza a emarginare chi presenta differenze. Il film ci accompagna a esplorare queste barriere e a superarle. Auggie insegnerà a tutti che è importante essere un gruppo, una comunità solidale e pronta ad aprirsi all’altro, al nuovo.
Nel film poi è tratteggiata con attenzione e rispetto anche la prospettiva genitoriale. I due genitori del ragazzo, Isabel e Nat, mostrano costantemente serenità e fiducia ad Auggie, tenendo sotto controllo paure e sofferenze. A un certo punto, si scoprono fragili insieme al figlio quando sta per fare ingresso a scuola; devono anche loro rinunciare a quel guscio di protezione in cui si erano raccolti e rintanati. I figli infatti sono concepiti per abitare il mondo, non per essere isolati in una bolla di protezione. Quella di Auggie, dunque, sarà sfida e anche opportunità per tutta la famiglia. Come ha sottolineato la scrittrice Palacio: “Tutti i genitori vogliono un mondo migliore per i figli, ma spesso si dimentica che sono cose molto semplici a renderlo possibile”.
Un’attenzione particolare va riservata alla mamma Isabel, che ha dedicato tutta se stessa al piccolo Auggie, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di madre, insegnante e compagna di giochi per 11 anni; ora la donna è chiamata a rimettersi in gioco con la propria esistenza e a trovare un modo diverso di essere presente in famiglia. C’è il bisogno poi di riequilibrare i rapporti e distribuire giusta attenzione a tutti i membri della comunità domestica.
Ancora, la sorella adolescente Via offre un altro prezioso punto di vista. Il più delle volte ritratta come assennata e protettiva nei confronti di Auggie, Via mostra in realtà un bisogno di essere anche lei ascoltata e compresa, accompagnata nel percorso di crescita. Nel corso del film Via si metterà alla prova, partecipando a un corso di teatro e riuscendo così a trovare la propria voce nel gruppo, il modo per emergere tra gli altri e nel rispetto degli altri.
Altro fronte aperto, infine, è quello dei compagni di scuola di Auggie, in particolare Jack. Il bambino, da subito vicino a Auggie, a un certo punto finge indifferenza per paura di essere etichettato come l’amico del diverso, dello strano. Jack fatica a trovare il coraggio di essere se stesso, di condividere un’amicizia vera con Auggie. Ben presto però comprenderà che il valore sincero dell’amicizia è un’esperienza inestimabile.

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Argomenti: Cinema
Tag: #GMCS2019
Fonte: CNVF