25 anni dopo. La voce di don Peppe Diana. La riflessione di don Luigi Ciotti
25 anni dopo. La voce di don Peppe Diana. La riflessione di don Luigi Ciotti

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L’hanno ammazzato subito prima della messa, don Peppe Diana, non per caso. Hanno voluto spegnere la sua voce prima che potesse alzarsi di nuovo, quel mattino, a denunciare la distanza incolmabile tra il Vangelo e i dettami dei signori di Casal di Principe, tra la volontà del Padre e quella di chi si pretendeva padrone della città, tanto da usurparne il nome: il clan dei Casalesi. L’hanno ammazzato prima della messa, quasi a voler dire: “Basta, non una parola in più!”. Era ormai chiaro che ogni singola parola di quel sacerdote era una parola profetica, capace di toccare le coscienze, schiarire le menti, infondere coraggio, innescare cambiamenti.

Era stato un altro profeta della Chiesa di oggi, Tonino Bello, a usare questa definizione infuocata: martirio. L’aveva fatto parlando del cambiamento che stava investendo le diocesi, dopo un periodo troppo lungo di disattenzione, quando non di aperta tolleranza, verso il fenomeno mafioso. “È una Chiesa che, pentita dei troppo prudenti silenzi, passa il guado. Si schiera. Si colloca dall’altra parte del potere. Rischia la pelle. E, forse, non è lontano il tempo in cui sperimenterà il martirio”. Quello di don Giuseppe Diana si è compiuto una mattina di 25 anni fa, il 19 marzo, giorno del suo onomastico, dentro la chiesa di cui era parroco.

Dopo 25 anni il suo ricordo vive nei cuori e, soprattutto, nell’agire quotidiano di tante persone. Recita la scritta sulla sua tomba, nel cimitero di Casale: “Dal seme che muore nasce una messe nuova di giustizia e di pace”. Nel suo caso è più che mai vero. Dalla sua morte è germogliato un ricchissimo raccolto spirituale simboleggiato da un altro, reale: i prodotti coltivati da una cooperativa che non a caso porta il suo nome, “Le Terre di Don Peppe Diana”.

È stato un percorso lungo e non semplice, segnato anche da vicende squallide, come il tentativo di infangare la sua memoria. Insieme ad altri, io stesso ho vissuto sulla mia pelle quei tentativi. All’indomani dell’inizio del processo per l’omicidio, un quotidiano locale provò a insinuare che dietro ci fosse non la camorra, ma una storia di donne. Con i genitori e altri amici denunciammo quelle falsità, col risultato di venire denunciati a nostra volta. Per fortuna la giustizia, oltre ad avere prosciolto noi da quelle ridicole accuse, ha messo in luce la contiguità di alcuni responsabili di quel giornale con interessi criminali. C’è stato anche chi si è inventato un ruolo di don Diana nel custodire l’arsenale dei clan. Altre bugie subito smentite dagli inquirenti.

Tutto questo, paradossalmente, ha dimostrato che la voce scomoda di quel giovane sacerdote non era stata spenta dai proiettili, ma continuava a dare fastidio ai boss.

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Argomenti: Storie
Tag: Luigi Ciotti Peppe Diana testimoni
Fonte: SIR