Flat tax. Perché la famiglia si merita molto più di una tassa piatta
Flat tax. Perché la famiglia si merita molto più di una tassa piatta
di Francesco Riccardi

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I contorni sono ancora molto indefiniti e perciò è impossibile dare un giudizio compiuto sull’ipotesi di Flat tax familiare prospettata nei giorni scorsi dalla Lega. Ciò nonostante si possono già individuare alcuni punti di forza e molti di debolezza della proposta che può essere utile chiarire subito.

Anzitutto va sgombrato il campo da un equivoco lessicale: la riforma di cui si inizia a discutere è rivolta a tutti i contribuenti sotto una certa soglia di reddito, dovrebbe contenere delle misure a favore delle famiglie, ma non è mirata in particolare a chi ha figli. Anzi, sembra in qualche modo voler usare la famiglia come ‘grimaldello’ per modificare il sistema tributario, abbandonando la tradizionale – e costituzionale – proporzionalità e progressività per introdurre una tassazione ‘piatta’ a due sole aliquote, parzialmente corretta da un sistema di deduzioni in base al reddito e ai carichi familiari.

Il ‘peso’ di queste deduzioni e invece delle detrazioni e dei bonus che nel contempo dovrebbero essere cancellati è ancora piuttosto oscuro. E perciò i calcoli e le simulazioni degli effetti pratici sulle diverse fasce di reddito sono simili a un vaticinio dell’oracolo di Delfi. Compresi quelli sull’ultima ipotesi prospettata dal vicepremier Matteo Salvini e dal sottosegretario Armando Siri di introduzione parziale di una Flat tax al 15% fino a 50mila euro di ‘reddito familiare’, con un costo che la Lega assicura essere non superiore a 12 miliardi di euro.

L’aspetto più interessante della manovra sarebbe l’istituzione di un codice fiscale unico del nucleo famigliare, una sorta di ‘partita Iva dell’azienda-famiglia’, a cui dovrebbero afferire tutti i redditi e le spese relativi a coniugi, figli e conviventi, sulla falsariga di quanto avviene oggi con le misurazioni dell’Isee. Questa modalità potrebbe rappresentare finalmente la soluzione per superare il principio della tassazione personale, che ha finora bloccato tutte le ipotesi di imposizione basate sul nucleo familiare anziché sul singolo contribuente. Bene, dunque.

Ma questo ‘uovo di Colombo’ non andrebbe coniugato a una tassa piatta, quanto piuttosto essere l’occasione per introdurre finalmente un ‘Quoziente familiare’ di tassazione, come avviene in Francia dove tutti i redditi della famiglia si sommano, vengono poi divisi per un quoziente appunto che assegna un ‘peso’ a ogni componente del nucleo e sul risultato si applicano aliquote pro- gressive. Oppure si potrebbe applicare quel ‘Fattore famiglia’, proposto da tempo dal Forum delle associazioni familiari, che altro non è se non un ‘quoziente’ rielaborato per evitarne alcuni potenziali effetti distorsivi.

L’ipotesi avanzata dalla Lega, invece, si propone di tener conto dei carichi familiari attraverso «un algoritmo di deduzioni inversamente proporzionali al reddito e direttamente proporzionali al numero di componenti». Anche in questo caso potenzialmente un bene, senonché il sistema rischia di assomigliare molto al sistema di calcolo già oggi in vigore per le detrazioni dei familiari a carico e che si è dimostrato insufficiente a garantire un’equa tassazione delle famiglie. Per essere realmente efficace, infatti, l’algoritmo – di cui è impossibile oggi conoscere la formula – dovrebbe assegnare un ‘peso’ davvero forte alle persone a carico e scarso invece al reddito, soprattutto data la contemporanea scomparsa delle altre detrazioni e dei bonus. Resterebbe poi comunque il problema dei redditi molto bassi, perché quand’anche l’imposta per queste fasce fosse portata a zero, in assenza di un ‘fisco negativo’ (quello che restituisce al contribuente i benefici fiscali a cui ha diritto ma che non riceve perché ‘incapiente’, cioè non paga abbastanza imposte) finirebbe per mancare alle famiglie più deboli un reale sostegno. Per realizzare il quale occorre invece, oltre a un sistema fiscale equo, anche il supporto di trasferimenti monetari – non riservati solo ai poveri – attraverso un assegno unico per i figli, come d’altro canto avviene in molti Paesi europei e solo assai parzialmente in Italia con gli assegni familiari inversamente proporzionali al reddito e riservati ai lavoratori dipendenti con modeste remunerazioni.

Se, come dicevamo, è impossibile calcolare oggi gli effetti pratici dell’ipotesi di riforma, il costo prospettato per questa fase può però dare un’indicazione dei benefici. E 12-15 miliardi di euro, se veramente spalmati su 25 milioni di nuclei come dichiarato dagli stessi proponenti, possono al massimo garantire 600 euro di beneficio all’anno in media per una famiglia. Non a caso il nuovo sistema è stato pensato come opzionale: basterebbe infatti avere da scontare una detrazione per piccole ristrutturazioni per perdere la convenienza alla tassa piatta a favore del vecchio regime. Per questi e altri motivi l’operazione al momento sembra comportare per le famiglie più incognite e rischi che certezze e benefici.

È non solo legittimo ma anche giusto che la Lega persegua il progetto su cui a suo tempo ha chiesto il voto degli italiani e che ha fatto inserire nel contratto di governo. Tuttavia, l’effetto principale di una flat tax è tagliare nettamente le imposte per le fasce più abbienti e perciò questa ipotesi di ‘Reddito familiare’ sembra assomigliare molto a una sorta di cavallo di Troia per introdurre e far ‘digerire’ meglio la fase successiva della ‘tassa piatta’, destinata ai redditi più alti che ne beneficerebbero in misura enormemente maggiore rispetto alle famiglie con figli a carico.

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Argomenti: Economia Famiglia
Tag: famiglia
Fonte: Avvenire