Reportage. Ruanda, rinascimento in chiaroscuro
Reportage. Ruanda, rinascimento in chiaroscuro

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Si firma Charles Habumurenyi, ma non sa quale fu il nome che gli diedero i suoi genitori né in che giorno è venuto al mondo. Forse nel 1994, oppure a fine 1993. L’anniversario del genocidio è, suo malgrado, la data più importante della sua vita. In un certo senso, ne è figlio. Charles – per tutti Carletto, in italiano – è il più piccolo dei bambini di nonna Amelia, l’anziana donna che gestiva un orfanotrofio, a Muhura, a 70 chilometri dalla capitale KigaliAmelia, nelle prime settimane di quei terribili 100 giorni divenne nota in Italia perché non voleva abbandonare i suoi bambini. Una spedizione li mise in salvo tutti, lei e i piccoli, e li portò in Italia. Il più piccino era lui, Carletto, di pochi mesi. «Non so nulla delle mie origini», dice. «Nonna Amelia mi trovò lungo una strada, abbandonato. I massacri erano già cominciati. Probabilmente la mia famiglia era stata sterminata».Carletto è senza storia.

E come lui sono in tanti, fra i giovani ruandesi. Lo intervistiamo a Bugarura, poco più che un villaggio non lontano da Kigali, davanti a uno dei tanti memoriali del genocidio sparsi per il Ruanda. I luoghi dove sono avvenuti gli eccidi più efferati – chiese, scuole, edifici pubblici – il Governo ha deciso di trasformarli in una sorta di museo del ricordo. Un grande striscione viola, il colore del lutto, recita davanti alla palazzina: ‘Memoriale del genocidio perpetrato contro i tutsi’. Una dicitura che dimentica gli altri, gli hutu moderati, quelli che non volevano la ‘soluzione finale’, eliminati anche loro perché in quei giorni non si poteva starne fuori: o diventavi complice del massacro o eri «dalla parte degli ‘scarafaggi’» (così Radio Mille Colline, l’emittente degli estremisti hutu, definiva allora i tutsi, incitando ogni giorno a eliminarli).

Per Carletto il genocidio è «un terribile racconto», come lo definisce, niente più, seppure tanto centrale nella sua vita. Gran parte della sua vita l’ha passata con nonna Amelia. Con lei è venuto in Italia nell’aprile del 1994 ed è tornato in Ruanda due anni dopo. E con lei è cresciuto, fino alla morte dell’anziana infermiera, quattro anni fa. Ora parla italiano e lavora con gli italiani: fa il muratore nei progetti idrici di Mlfm (Movimento lotta contro la fame nel mondo), che in Ruanda ha già costruito una ventina di acquedotti e portato acqua a oltre trecentomila persone.

Il Paese delle Mille Colline, oggi, è il Paese dei paradossi e dei contrasti. Qui a Bugarura passa un’auto ogni tanto, si sentono chiocciare le galline e muggire le mucche. Sulla strada principale, sterrata, si circola in bicicletta. Ma a pochi chilometri c’è Kigali, con i suoi alti palazzi che si moltiplicano a ritmo frenetico: un milione e mezzo di abitanti, wifi ovunque, strade asfaltate meglio che in Italia. Venticinque anni fa qui si bombardava il palazzo del Parlamento, venivano uccise in 100 giorni 973 mila persone (7 al minuto, facendo due conti). In poco più di tre mesi la sua popolazione era passata da sei milioni e mezzo di abitanti a tre: oltre alle vittime, altri due milioni e mezzo di profughi fuggirono nel vicino Congo (allora Zaire). Nel luglio del 1994 il Ruanda era un Paese allo stadio zero: niente moneta, uffici statali svuotati, archivi scomparsi, casse svuotate, automobili portate oltre confine.

Un Paese che ha ‘cancellato’ per legge le etnie («Siamo tutti e solo ruandesi» è il motto del Presidente Paul Kagame), ma che ancora definisce il genocidio come «commesso contro i tutsi»: il Ruanda vive sospeso fra l’ossessivo ricordo dei 100 giorni e la corsa allo sviluppo. In 25 anni, tuttavia, non ha mai cambiato partito al potere, sempre saldamente in mano al Fronte patriottico ruandese e al suo leader (nelle diverse tornate elettorali il consenso non è mai sceso sotto le famose percentuali ‘bulgare’ del 90%). A Kigali le due opere più importanti realizzate sono il memoriale dei fatti del 1994, il più grande del Paese, e l’ultramoderno centro congressi, che di notte s’illumina di mille colori ed è diventato il simbolo della città.

Eppure, il 70 % della popolazione, oggi, non ha vissuto il genocidio, perché è al di sotto dei 25 anni. Che cosa rappresenti il 1994, per loro, ce lo spiegano alcune studentesse: «Quello che ci raccontano a scuola», hanno detto. «Un terribile momento per il nostro Paese». La stessa risposta di Carletto: un brutto racconto. In questo nostro viaggio fra il Ruanda di ieri e di oggi, ripercorriamo quella strada che da Sud scende verso la capitale, lungo la quale nel 1994 si incontravano solo miliziani con machete e mazze ferrate in mano.

Immutate sono le colline verde smeraldo dei campi di tè punteggiate dai banani. Ma oggi si viene accolti dalle aiuole fitte di fiori elegantemente dislocate ad ogni piazza e slargo, e a pochi metri da un monumento a ricordo del genocidio un grande cartellone pubblicitario mostra i gorilla di montagna e i resort a cinque stesse per i turisti. Ruanda, ieri e oggi.

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Argomenti: Cultura
Tag: missionari reportage Ruanda
Fonte: Avvenire