Prostituzione e case chiuse. La Corte costituzionale «salva» la legge Merlin
Prostituzione e case chiuse. La Corte costituzionale «salva» la legge Merlin

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Le questioni di legittimità costituzionale riguardanti il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione, puniti dalla legge Merlin, sono state dichiarate non fondate dalla Corte Costituzionale. Rendendo noto il dispositivo della sentenza, e in attesa del deposito delle motivazioni previsto tra qualche tempo, l’ufficio stampa della Consulta spiega che i giudici hanno «ritenuto che non è in contrasto con la Costituzione la scelta di politica criminale operata con la legge Merlin, quella cioè di configurare la prostituzione come un’attività in sé lecita ma al tempo stesso di punire tutte le condotte di terzi che la agevolino o la sfruttino. Inoltre, la Corte ha ritenuto che il reato di favoreggiamento della prostituzione non contrasta con il principio di determinatezza e tassatività della fattispecie penale».

La questione di costituzionalità rispetto ad alcune norme contenute nella legge Merlin, lo ricordiamo, era stata sottoposta alla Consulta dai giudici della Corte d’Appello di Bari, che l’avevano sollevata nel corso del processo penale sulla vicenda delle cosiddette “escort” presentate nel 2008-2009 all’allora premier Silvio Berlusconi dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini.

La Consulta era chiamata a valutare, anche rispetto alle fattispecie di reati come “reclutamento” e “favoreggiamento” della prostituzione, se la legge Merlin sia ormai da ritenersi incostituzionale nella parte in cui sanziona chi “recluta” persone che liberamente hanno scelto di prostituirsi. Il relatore della causa è il giudice costituzionale Franco Modugno. Contro tale ipotesi si sono costituite in giudizio la Presidenza del consiglio e alcune associazioni di difesa dei diritti delle donne. In riferimento a queste ultime, tuttavia, in apertura dell’udienza la Corte ha respinto la richiesta.

Alessandra Camarca ne ha parlato con Aldo Bonaiuto della Comunità Giovanni XXIII.

La tesi dei difensori di Tarantini: libertà dei “sex workers”, Merlin “arretrata”

Nelle loro arringhe, gli avvocati Nicola Quaranta (che difende Tarantini), Ascanio Amenduni e Gioacchino Ghiro (legali di Massimiliano Verdoscia, anch’egli imputato nel processo di Bari) hanno sostenuto una linea di ragionamento a tratti comune, in base alla quale la legge 75 del 1958 (che porta il nome della senatrice socialista Lina Merlin, che la propose sessantuno anni fa) sarebbe “ormai disancorata dalla realtà” del mondo attuale, “una legge arretrata che fa di tutta l’erba un fascio, che considera tutte
le forme di prostituzione uguali”, senza tener conto dei cosiddetti “sex workers” che decidono “per scelta libera e
consapevole di prostituirsi”. La nostra difesa, ha argomentato l’avvocato Quaranta, “non è insensibile al dramma della prostituzione coatta, degli schiavi del sesso dove l’intervento repressivo penale è doveroso”. A suo dire, però, “nel processo di Bari è emersa
la realtà completamente diversa delle escort” e assimilare tali casi alle vicende nelle quali c’è sfruttamento e coercizione “sarebbe un vulnus alla libertà sessuale”. Ancora, l’avvocato Amenduni ha citato il caso di “Eurostat, che chiede di considerare nel calcolo del Pil di un Paese anche i redditi da prostituzione” e “la commissione tributaria di Trento, che ha assoggettato la prostituzione al calcolo e al pagamento di Iva e Irap”. A suo parere, lo Stato non può essere “schizofrenico, né scotomizzare (ossia rimuovere dalla propria coscienza, ndr) ciò che non vuole vedere”. Amenduni ha concluso chiedendo di ritenere fondata la questione di legittimità costituzionale o, in subordine, di rinviare al Parlamento auspicando “una rivisitazione” della legge Merlin, se possibile partendo dalle 12 proposte di legge sulla legalizzazione della prostituzione già depositate alle Camere.

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Argomenti: Politica/Interni
Tag: Legge Merlin prostituzione
Fonte: Avvenire