La mostra. Luigi Pirandello, l’uomo dietro lo scrittore
La mostra. Luigi Pirandello, l’uomo dietro lo scrittore
di Roberto Cicala

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«Ricordatevi del motto fascista» scrive nella sua calligrafia ariosa Benito Mussolini a Luigi Pirandello in una delle lettere inedite, lontane nella storia ma purtroppo vicine alla cronaca di questi giorni, esposte nella piccola ma succosa mostra “Pirandello mai visto” curata da Annamaria Andreoli e Andrea De Pasquale alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Ai più curiosi basterebbero gli spezzoni cinematografici del creatore di Sei personaggi in cerca d’autore ripreso a passeggio lungo i boulevard parigini durante le feste di Natale del 1930: insieme con lui sono il suo traduttore Benjamin Crémieux e gli amici Massimo Bontempelli e Paola Masino. In un’altra sequenza, dell’estate successiva, è a Castiglioncello, immortalato nella quotidianità della spiaggia e di una partita a bocce, ancora con la Masino e Bontempelli. A quest’ultimo Pirandello è legato profondamente, come emerge da vari documenti; in uno scrive all’editore Formiggini di accettare le condizioni di pubblicazione proposte per Fuori di chiave ma perora la causa delle Odidell’amico fautore del realismo magico: «Sono sdegnato al par di Lei della sordità del pubblico e della crassa ignoranza e della vigliaccheria dei così detti critici, che hanno in mano i giornali più diffusi d’Italia. Bisognerebbe fare una crociata contro tutti questi beoti!». In verità lo sfogo sembra riferirsi non solo alla situazione di Bontempelli, con cui sbotta che «mi hanno messo purtroppo il bollo del novellaro; e non debbo dar altro che novelle e novelle e novelle…».

I documenti esposti nell’allestimento aperto al pubblico gratuitamente fino al 28 giugno nella sede di viale Castro Pretorio (catalogo di De Luca Editori d’Arte), sono tratti dalla collezione della dell’Istituto di studi pirandelliani e sul teatro contemporaneo e della stessa Biblioteca Nazionale, che merita sempre una visita per la splendida e didattica galleria “Spazio900” dedicata alle testimonianze di carta di alcuni dei maggiori scrittori contemporanei, a partire da una commovente stanza di Elsa Morante ricostruita con il suo mobilio originale, mentre del drammaturgo siciliano le vetrine ospitano il Taccuino segreto, il manoscritto delle Elegie renane e le prime edizioni delle sue opere più note. Molti autografi rivelano modalità di composizione che gettano luce sull’officina creativa e sul sistema di composizione del premio Nobel. Altri documenti legano lo scrittore a personaggi del tempo come D’Annunzio (che gli chiede una raccomandazione per una giovane amica) e i figli (ai quali non ha mai tempo di scrivere lettere distinte). E gli appassionati di vicende editoriali trovano spunti poco conosciuti nella bibliografia dell’autore nato all’indomani dell’unità d’Italia a Girgenti. Da qui, nel 1909, scrive a Ercole Rivalta su fogli listati a lutto quando è venuta meno la possibilità di pubblicare I vecchi e i giovani sulla “Nuova Antologia” e il romanzo esce parzialmente a puntate sulla “Rassegna contemporanea” diretta dall’amico Rivalta: «Spedisco la puntata di agosto del romanzo, meno le ultime cartelline, che debbo ancora ricopiare… Desidererei che mi si mandassero al più presto le prime bozze». Ma l’ansia della pubblicazione riguarda anche Suo marito, pubblicato dal fiorentino Quattrini l’anno dopo: non presso Treves, che era la prima opzione, probabilmente a causa dei riferimenti impliciti nel libro alla vicenda biografica della collega Grazia Deledda.

Non mancano nomi, volti e riferimenti alle donne della vita dell’autore di Uno, nessuno e centomila, soprattutto in riferimento al teatro (anche con i costumi di Nanà Cecchi realizzati dalla sartoria D’Inzillo per il recente spettacolo Enrico IV). In una lettera del 1923 Adriano Tilgher confida al maestro che «quelli che La chiamano un cerebrale, nel senso di arido escogitatore di sillogismi e situazioni, non si sono accorti che nel fondo fondo Lei è un lirico! Non mi stupirei se il Suo teatro fosse un passaggio verso una lirica essenziale». Il teatro per lui è Marta Abba (le scriverà: «Senza la tua presenza la mia arte muore») in un rapporto ambiguo tra passione delusa e vite parallele. Si scambiano biglietti rapidi come sms odierni. Dalla nave Conte di Savoia nel 1936 lei scrive: «La saluto, caro Maestro, con l’augurio che la possa ritrovare come l’ho lasciata, di ottimo aspetto, di ottima salute, di ottimo umore». Ma Pirandello morirà di lì a poco dopo averle scritto: «Qui lontano resterò a vivere fino all’ultimo respiro». Ormai è disperato e non sa più gestire quell’umorismo che aveva tanto teorizzato e distillato nelle sue opere fin dal saggio omonimo criticato da Benedetto Croce, tanto che la seconda edizione, per i tipi di Battistelli, esposta in mostra priva della dedica “alla buon’anima di Mattia Pascal bibliotecario”, è aumentata da una serie di aggiunte in risposta proprio al filosofo napoletano. Per Pirandello l’umorismo resta uno specchio per capire la sua e nostra vicenda, perché, annota deluso, «non ci fermiamo alle apparenze; ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt’al più sorridere».

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Argomenti: Cultura
Tag: cultura Luigi Pirandello
Fonte: Avvenire