Comunicazione. Peverini (Luiss): “In rete si può trovare tutto, anzi sono i contenuti che trovano noi”
Comunicazione. Peverini (Luiss): “In rete si può trovare tutto, anzi sono i contenuti che trovano noi”

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“Community non è sinonimo di comunità, così come Internet non è sinonimo di web”. A precisarlo è stato Paolo Peverini, ricercatore della Luiss, intervenuto alla seconda giornata del Convegno Cei #ComunitàConvergenti, in corso ad Assisi fino a domani. “Oggi tutti gli studiosi sono d’accordo nell’affermare che non esiste più la distinzione tra i media da un lato e la società dall’altro, tra on line e off line, tra reale e virtuale, tanto che quest’ultimo termine è caduto in disuso”. “Nella semiosfera, il web è la trasposizione semantica del concetto di enciclopedia”, ha fatto notare l’esperto, che per far comprendere la portata del “cambiamento epocale” in cui siamo immersi ha citato la triade formulata da Umberto Eco tra “memorizzabile, memorabile e memorizzato”. Prima dell’avvento di Internet, ha spiegato Peverini, “il termine memorabile era il filtro: se qualcosa non era ritenuta memorabile, non veniva archiviata. Nel post-Internet, invece, tutto è memorizzabile, perché tutto può essere ‘salvato’, dipende solo dalla potenza della memoria o da quanto vogliamo spendere per consentire le operazioni di archiviazione. Tutto oggi può essere archiviato e registrato”. Il risultato, la provocazione del relatore, è che “qualcosa rischia di essere considerato memorabile solo per il fatto che è stato memorizzato, registrato e reso accessibile”. In altre parole, come affermava Umberto Eco nel 2011, “Internet è una biblioteca senza filtri”. Nelle biblioteche di una volta, invece, “non trovavo tutto, trovavo soltanto quello che era preservato perché considerato di valore”. Oggi, nell’ecosistema dei media digitali, “l’importante è ciò che crea viralità: la possibilità tecnica di archiviare tutto rischia di far saltare il filtro della memorabilità”. Tutto ciò, per Peverini, “crea confusione: dove tutto è presente, non c’è più memoria. Dove c’è memoria, ci deve essere un filtro, per regolare il passaggio tra memorizzabile e memorizzato”. Di qui l’insorgere dei temi della “post verità” e delle “fake news”, che espongono “all’enorme rischio di fare confusione tra informazioni reale e informazioni false, ma verosimili. Perché in rete si può trovare tutto, anzi sono i contenuti che trovano noi”. “I filtri del web sono estremamente potenti, ma non agiscono nella fase di selezione dei contenuti, bensì nella fase di accesso”, ha sottolineato il relatore: “È come se entrassi in una biblioteca tramite un percorso che non ho scelto io: una biblioteca mobile, che cambia a seconda di chi la frequenta”. “È l’algoritmo che decide cosa devo vedere: il filtraggio di tipo statistico non fa dimenticare quello che so, ma rende inaccessibile quello che non so. Gli altri non faranno lo stesso percorso che farà io: più usiamo la biblioteca, più la biblioteca impara da noi e opera una selezione in base al nostro tipo di uso”. “Un algoritmo che si basa su 200 variabili rischia di sostituirsi a un filtro che si basava su un confronto di interpretazioni di un testo”, il grido d’allarme di Peverini, che ha fato notare come “l’enfasi sulla viralità e sulla capacità di un contenuto di suscitare reazioni non implica che tale contenuto sia memorabile o attendibile”. “La differenza tra memorizzabile, memorabile e memorizzato, che nasce con il pre-digitale – ha concluso l’esperto – può aiutarci a riflettere sull’assenza gerarchica di valori nella rete, e sull’impatto che ciò può avere sulla valutazione dei contenuti on line e dei rispettivi pericoli per la democrazia”.

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Argomenti: Comunicazione
Tag: Paolo Peverini
Fonte: SIR