Preservare lo spirito di comunità
Preservare lo spirito di comunità
di Massimo Giraldi e Sergio Perugini

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“Con questo Messaggio vorrei invitarvi ancora una volta a riflettere sul fondamento e l’importanza del nostro essere-in-relazione e a riscoprire, nella vastità delle sfide dell’attuale contesto comunicativo, il desiderio dell’uomo che non vuole rimanere nella propria solitudine.”. È l’incipit della riflessione di papa Francesco nel suo Messaggio per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2019, «“Siamo membra gli uni degli altri” (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana »; un richiamo del Papa al bisogno proprio dell’uomo di essere inserito in una comunità, di essere parte di essa per trovare fondamento e senso. Un pensiero questo che intercetta la suggestione di Alice Rohrwacher con il suo film “Lazzaro felice” (2018), il racconto di un giovane dallo sguardo innocente che si oppone alla corruzione del mondo e alla solitudine generata dall’egoismo. “Lazzaro felice” è stato scelto come dodicesima proposta del ciclo di 18 film individuati dalla Commissione nazione valutazione film e dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.

Il candido Lazzaro e il dissoluto Tancredi
Siamo nella campagna italiana, in una grande masseria dedicata alla coltura del tabacco guidata dalla marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi). Tra i tanti contadini che si occupano della piantagione e della tenuta figura il ventenne Lazzaro (Adriano Tardiolo), un giovane semplice e buono, che guarda al mondo con occhi limpidi e fiduciosi. Lazzaro stringe amicizia con il coetaneo Tancredi (Luca Chikovani), figlio della marchesa, un ragazzo indolente e poco interessato al mondo agricolo. Con la complicità di Lazzaro, Tancredi arriva a farsi credere rapito, per allontanarsi indisturbato verso la città e una vita più avventurosa. Risparmiando allo spettatore colpi di scena, si sottolinea solamente il cambio di scenario diversi anni dopo, dove della campagna non c’è più traccia e le vite dei protagonisti sono inglobate nel ritmo cittadino, arido e spersonalizzante.

Lo sguardo di Alice Rohrwacher
Tre film realizzati e ben tre volte protagonista al Festival di Cannes, ottenendo il Grand Prix Speciale della Giuria e il premio per la miglior sceneggiatura. Parliamo della regista Alice Rohrwacher, nata a Fiesole nel 1981 (sorella minore della nota interprete Alba Rohrwacher), una delle giovani autrici più solide e creative nel panorama cinematografico nazionale. Nel 2018 ha realizzato il suo terzo film, “Lazzaro felice”, che ha conquistato il riconoscimento per la miglior sceneggiatura al 71° Festival di Cannes insieme al film dell’iraniano Jafar Panahi (“Trois Visages”).

Un’ode alla civiltà contadina
“Lazzaro felice” è un’intensa e poetica suggestione sull’esistenza umana, cogliendo in particolare il passaggio dalla vita rurale a quella urbana, un cambiamento segnato da sofferenze e rovinose privazioni. C’è la perdita di quella magia e spensieratezza tipica della vita all’aria aperta, nonostante il lavoro agricolo sia fisico e usurante, e l’incontro con un’urbanizzazione forzata, dove i rapporti umani sono inconsistenti o del tutto assenti. Non è certamente una pagina narrativa nuova, quella scritta dalla Rohrwacher, perché si colgono i richiami anzitutto al cinema di Ermanno Olmi e agli scritti di Pier Paolo Pasolini, a quella difesa della civiltà contadina millenaria custode di tradizioni e valori, erosa da una società dei consumi vorace e spregiudicata. L’originalità della proposta risiede proprio nello sguardo della Rohrwacher, lucido e innovativo, capace di coniugare la carica di denuncia sociale con una poesia visiva, uno sguardo misericordioso sul mondo e soprattutto sull’uomo.
Particolarmente evidente il richiamo ad Ermanno Olmi, maestro del cinema italiano scomparso il 7 maggio 2018. La Rohrwacher mutua da Olmi questo raccontare la condizione dell’uomo in maniera realistica ma sognante, rinnovando verso di esso comunque comprensione e fiducia. Ancora, dal regista di “Villaggio di cartone” la Rohrwacher trae spunto per offrire delle suggestioni spirituali forti e dense di senso. Nel film “Lazzaro felice” troviamo infatti l’attualizzazione di una Chiesa in uscita, pronta ad accogliere chiunque, a cominciare dagli ultimi. Emblematica è certo la figura di Lazzaro, a partire dal nome scelto per il personaggio: un giovane buono e libero, dallo sguardo caritatevole e inclusivo. Un giovane che non invecchia, non si lascia contaminare dal mondo corrotto e viziato, ma si impegna ad aiutare e guidare coloro che sono caduti in povertà, una povertà fisica ma anche valoriale.

Tre film, tre racconti di comunità
“Lazzaro felice” è la terza opera firmata da Alice Rohrwacher, che ben si inserisce nella riflessione avviata sin dall’esordio con “Corpo celeste” (2011) e proseguita con “Le meraviglie” (2014). Nel primo film, la Rohrwacher ci racconta una comunità territoriale, tra famiglia e parrocchia, attraverso lo sguardo della giovane preadolescente Marta, prossima alla Cresima. Vengono colte qui le pieghe problematiche di una società superficiale e un po’ smarrita, dalle relazioni sfibrate e da prassi pastorale stanca. Non manca però un orizzonte di fiducia e speranza, una spiritualità autentica e centrata sul Vangelo.
Ne “Le meraviglie” poi l’attenzione è sempre rivolta alle periferie, questa volta nella campagna del Centro Italia, dove una famiglia di apicoltori vive sul crinale del cambiamento, difendendo strenuamente un universo tradizionale e valoriale minato da una cultura del provvisorio, dalla società effimera della televisione.
Entrambe le proposte si ritrovano nell’ultima opera, “Lazzaro felice”, che si pone come sintesi narrativo-stilistica, ma anche come passo in avanti nella poetica della regista, che raffina la propria riconoscibilità autoriale.

Valutazione pastorale Cnvf
Nata a Fiesole nel 1981, Alice Rohrwacher ha esordito nel 2011 con “Corpo celeste”, presentato al Festival di Cannes al pari de “Le Meraviglie” nel 2014 con cui vince il Grand Prix Speciale della Giuria. Al festival in terra di Francia è presente anche in questo 2018, con “Lazzaro felice”, che ha ricevuto il Premio per la migliore sceneggiatura. Lazzaro felice esplora però una direzione diversa rispetto ai precedenti e in qualche modo innovativa. La storia prende il via in una grande piantagione di tabacco, di proprietà della marchesa Alfonsina de Luna, dove 54 contadini lavorano notte e giorno secondo un calendario immutabile bloccato su compiti e ritmi. Tra questi contadini (anziani, giovani, adolescenti, bambini) si muove anche Lazzaro, un ventenne che non conosce i genitori eppure lavora con gioia e il sorriso sulle labbra. La parabola di Lazzaro, che muore e risorge ed è sempre pronto al sacrificio per gli altri, ha un indubbia valenza di forte carica religiosa. Lazzaro, che non ha una precisa identità, assume su di sé tutto il male che può essere ereditato, tutta la cattiveria che l’uomo infligge ad altri esseri umani, e lo porta con se fino a destinarlo alla condivisione universale. Si tratta di un atteggiamento che porta la regista sulle orme del grande cinema umanista degli anni ’50 e ’60. Torna a mente il Rossellini dei film del secondo dopoguerra, gli straziati apologhi di ‘Stromboli’, i freddi teoremi di “Viaggio in Italia”. Ma forse è ad Ermanno Olmi, anche per età e generazione, che il cinema della Rohrwacher si richiama. In quella dolente, ruvida sequenza nella chiesa quando suora si rifiuta di accogliere i poveri senza una identità. Citazione, o forse omaggio, e non banale ma palpitante e attuale, al “Villaggio di cartone” di olmiana memoria. “Lazzaro” felice è un film che sprigiona e trasmette ottimismo, partendo dal buio, dalla privazione, dalla sottrazione. Sta con gli ultimi, e non per convenienza ma perché lo chiedono la pietà, la ragione, la giustizia. Si dice che il cinema italiano sia in crisi. E magari a questo film non arrideranno incassi stellari. Ma chi se ne importa del box office, c’è una classifica non scritta ben più importante, quella della civiltà e della comunione. Per questi motivi il film, dal punto di vista pastorale, è da valutare come raccomandabile, problematico e adatto per dibattiti.

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Argomenti: Cinema
Tag: #cinema
Fonte: CNVF