Comunicazione: don Maffeis, “convergenza” e “intermediazione” antidoto a “algoritmi”
Comunicazione: don Maffeis, “convergenza” e “intermediazione” antidoto a “algoritmi”
di M. Michela Nicolais

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(da Assisi) Contro la “tentazione di navigare in solitaria”, bisogna “lasciarsi interrogare dalla realtà, elaborando proposte puntuali per le necessità del nostro tempo, che giocoforza sono notevoli”. Ne è convinto don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Uffizio nazionale per le comunicazioni sociali, che questo pomeriggio ha aperto ad Assisi il Convegno #ComunitàConvergenti. Dalle social network communities alla comunità umana, in corso fino all’11 maggio. “Ci sentiamo obbligati a non ripetere lo stesso sentiero”, ha detto Maffeis sottolineando l’esigenza, ripetuta a più riprese dal Papa, di “abbandonare il criterio del ‘si è sempre fatto così’” in uno snodo pastorale fondamentale per la Chiesa e la società qual è l’ambito delle comunicazioni. Ciò richieste, ha spiegato il relatore, “una conversione pastorale a cui Papa Francesco non si stanca di richiamarci”: “Bisogna esserci”, a partire dal territorio, per combattere “insofferenza e lo sfilacciamento del tessuto comunitario” e “la sensazione di peggioramento diffuso” che domina tra la nostra gente, “non solo a livello economico ma esistenziale”. La deriva da contrastare, in altre parole, è quella di “una comunità difensiva”, in virtù della quale “ci si richiude in cerchie ristrette o nei propri gusci protettivi”. Oggi, infatti, per Maffeis, siamo di fronte a “comunità che sembrano avere il bisogno di un pericolo, di una minaccia per rafforzarsi”: e in rete questa tendenza è più evidente, come denuncia il Papa nell’ultimo messaggio per la Giornata mondiale per le comunicazioni sociali, in programma il 2 giugno, quando parla della “community” come di “un aggregato di individui caratterizzati da legami deboli”. “Se quella che è una finestra sul mondo diventa uno specchio narcisistico, non è colpa della rete: tutti noi siamo partecipi della cultura digitale”, ha precisato il direttore dell’Ucs facendo notare che “i social media sono diventati il nostro tessuto connettivo: la nostra biografia, i nostri testi, le nostre applicazioni, la colonna sonora della nostra vita, quasi uno storytelling di noi stessi”. Di qui la necessità di “ripensare il linguaggio” della comunicazione, tenendo conto “del rapporto paritario, e non più semplicemente passivo, con il destinatario”. “Di fronte ad un’opinione pubblica che alimenta il confronto e domanda reciprocità – la tesi di Maffeis – bisogna incrementare la capacità di attivare e di far crescere reti sociali”. Il modello comunicativo auspicato dal direttore del competente Ufficio Cei è quello di “una convergenza, secondo un progetto editoriale integrato a livello nazionale e locale”. A partire dagli avamposti dei settimanali cattolici, “dove passa in filigrana la rete dei nostri territori”. Come dice Papa Francesco, “la rete non è alternativa ma complementare all’incontro con carne ossa. Bisogna riappropriarsi, in forma nuova, di un ruolo di intermediazione differente da quello degli algoritmi”.

“Raccontare la contemporaneità” con “criteri professionali”, senza “imporre” ma “proporre” la propria identità, tramite un’offerta informativa “diversa”. Così Vincenzo Morgante, direttore di Tv2000 e InBlu radio, ha sintetizzato la “mission” comunicativa dei media cattolici che dirige, durante il primo pomeriggio del Convegno Cei #ComunitàConvergenti, moderato ad Assisi da Lorena Bianchetti, giornalista e conduttrice televisiva. “Vogliamo raccontare la contemporaneità – ha spiegato nel dettaglio Morgante – con uno sguardo sereno, consapevole, che cerca di offrire soluzioni, di creare ponti e occasioni di dialogo e di confronto”. In una parola, “di stare nel mondo dei media, di fronteggiare la concorrenza di un mondo sempre più agguerrito con una cifra fatta di misura, di sobrietà, di buona educazione e contenuti”. Per il direttore di Tv2000 e InBluRadio, si tratta di agire “con criteri professionali, ma consapevoli di un’identità di cui siamo orgogliosi, che non vogliamo imporre ma proporre, in un panorama segnato da superficialità, dalla cultura dell’iperbole, dall’idea che non ci sia più spazio per la fatica dell’impegno. E lo facciamo tramite un’offerta comunicativa diversa, pur nei canoni della professionalità che il mezzo richiede”. “Fare da privati servizio pubblico”, lo slogan utilizzato da Morgante, secondo il quale – come raccomanda Papa Francesco – “nel nostro mestiere non bisogna mai perdere la compassione, lo sguardo dei puri di cuore, di coloro che non sono schiavi del proprio narcisismo”.

“La disinformazione è parte di noi. Ci siamo assuefatti alla riduttività con cui si leggono i fatti, compresi quelli religiosi”. A lanciare la provocazione, durante la prima giornata del Convegno Cei #Comunità convergenti, in corso ad Assisi fino all’11 maggio, è stato Vincenzo Corrado, direttore del Sir appena nominato vicedirettore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali. “Non ci chiediamo più ciò che è vero o falso, se una notizia è vera o falsa”, ha proseguito il relatore: “Sono domande che iniziano a cadere anche in chi esercita la nostra professione, visto la velocità sempre crescente del flusso di informazioni in cui siamo immersi”. “Nei destinatari dell’informazione sta venendo meno la passione per la verità”, il grido d’allarme di Corrado: “e spesso è colpa nostra, perché non riusciamo più a trasmetterla. Se una cosa è vera o verosimile non interessa: nessuno si pone più la domanda se qualcosa sia reale o no, se accada veramente”. “Per avere un clic in più, ci stiamo autotradendo”, la tesi di Corrado: “Se non riusciamo più a trasmettere la passione per la verità, finiremo per perdere la nostra coscienza, che è la cosa più importante”. In realtà, invece, “i social nascono per favorire la comunità”, come scrive Papa Francesco nell’ultimo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra il 2 giugno: “la capacità progettuale è la cartina al tornasole”. “Parlare di sinergia tra i media cattolici – ha precisato Corrado – non significa ammucchiare diverse realtà. Il preferisco il termine ‘integrazione’, che preserva la specificità di ogni linguaggio. Non è pensabile che ‘sinergia’ significhi mischiare le carte e poi tirarle fuori da un mazzetto. Non significa appiattire gli strumenti perché così saranno vincenti. Significa avere una grande progettualità per non ricalcare modelli mediatici proposti da altri. Come media della Cei abbiamo una nostra specificità, e la vogliamo rispettare”.


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Argomenti: Cei
Tag: #CEInews Cei
Fonte: SIR