Quei 50mila fattorini del cibo che rischiano la vita su due ruote
Quei 50mila fattorini del cibo che rischiano la vita su due ruote

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«Non si muore per un panino». Era uno slogan dei riders precari in rivolta. Lo scrissero sul pavimento all’ingresso della sede centrale della società spagnola Glovo in viale Monza a Milano, che è anche la capitale italiana della gig economy, e, insieme a Bologna e Torino, quella dei cavalieri metropolitani del food delivery online. La protesta fu sollevata nel maggio scorso dopo la morte, in una sola settimana, di tre fattorini investiti o aggrediti nelle strade di Barcellona, Parigi e Londra: erano operatori delle multinazionali Deliveroo, Glovo e Ubereats. Consegnavano cibo pronto al domicilio di chi l’aveva ordinato, con un semplice clic su una App dello smartphone. Quelle più popolari in Italia risultano Just Eat con una media di 555mila ricerche al mese, e Deliveroo con 142.500. Ma sono una ventina le società del settore sul mercato. Tanti gli incidenti anche da noi.

Negli Stati Uniti, o meglio in California, dove il fenomeno è nato da circa un decennio, li chiamano “gig workers”. Corrieri che volano: studenti, disoccupati e sottoccupati, spesso stranieri – età media 27 anni – che cercano di tirare su il necessario per campare o mantenere la famiglia. In bicicletta o sullo scooter, sotto il sole o la pioggia, tra le macchine che sfrecciano nel traffico caotico di una città. Sfruttati. Più lavorano e meglio è. All’inizio erano pagati anche solo 2 euro l’ora (e mai più di 10), sottoposti a turni massacranti, soggetti a stringenti controlli e a facile licenziamento. In sella anche la domenica e nei giorni di festa, e per di più selezionati e valutati da un algoritmo che ne stabilisce graduatorie di merito ed efficienza (escludendo le donne).

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Argomenti: Lavoro
Tag: caporalato Lavoro migranti rider sfruttamento
Fonte: Avvenire