Terra dei fuochi. Ricordo di Pasquale, bracciante morto di lavoro nero
Terra dei fuochi. Ricordo di Pasquale, bracciante morto di lavoro nero

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Nero. Come le notti senza stelle, come il lutto delle mamme orfane dei figli, come le colonne killer di fumi puzzolenti e velenosi emanate dai roghi tossici. Nero è il colore del “non lavoro” che permette ai poveri di sopravvivere senza chiedere l’elemosina, senza bussare alla porta della Caritas parrocchiale, senza cadere in depressione. Lavoro in nero equivale a evasione fiscale, danno economico, smaltimento illegale degli scarti, sfruttamento dei cittadini stranieri e italiani. Lavoro in nero, concausa di tante patologie oncologiche. Lo sanno tutti, ne parlano pochi, conviene a tanti. Chi ci governa, a intervalli regolari, si ricorda del lavoro in nero perché affossa l’economia, perché fa concorrenza spietata e disonesta a chi produce nel rispetto delle leggi, degli esseri umani, della loro salute, della loro sicurezza.

Domenica scorsa abbiamo celebrato la giornata di preghiera per la custodia del creato. Il Papa, le Chiese cristiane, sono preoccupati. Gli uomini di buona volontà, credenti, atei o agnostici onesti, lanciano l’allarme. Sembra di sentirli mentre gridano ai loro fratelli in umanità: «Folli, smettetela di rapinare l’aria, l’acqua, i frutti della terra al prossimo e ai loro discendenti. Stolti, cambiate vita, ritornate a essere umani. C’è pane per tutti, mangiate con gratitudine il vostro, ma non gettate nei rifiuti quello destinato agli altri. Gustate pure il pescato di oggi, ma, per carità, non avvelenate il mare». Tra le cause di tanta sofferenza a livello planetario, di certo, c’è l’ingordigia umana. Il “mio” che pretende il sopravvento sul “nostro”. L’ “io” che disprezza e calpesta il “noi”. Il lavoro in nero non incide negativamente solo sulle tasse, ma ferisce l’uomo nella sua dimensione più profonda. Lo umilia, lo mortifica, lo sfrutta. Lo uccide. Una morte non solo metaforica, ma reale.

È successo ancora una volta. A Giugliano in Campania, cittadina della mia diocesi. Pasquale sta lavorando in una serra sotto il sole cocente. Non è più giovanissimo, ha 55 anni. Come tanti da queste parti, non è andato in vacanza, non se lo può permettere, ma non ne ha fatto un dramma. Non è abituato a piagnucolare, Pasquale, è disposto a tutto pur di assicurare ai suoi un piatto a tavola. È un “bracciante” termine orribile che riduce l’uomo alle sue braccia. Braccia che raccolgono meloni. Un lavoro che spezza la schiena. Fa tanto caldo, un caldo che la serra rende umido, appiccicoso, fastidioso. Ci si asciuga la fronte con le mani sporche di terra, si tira su col naso, non c’è tempo nemmeno per prendere dalla tasca il fazzoletto. Occorre piegarsi, una, dieci, mille volte. E i meloni non sono ciliegie. Quando, finalmente, il sole cala e si fa ritorno a casa, c’è solo il tempo per la cena. Poi di corsa a letto, a riposare, se i fumi tossici lo permettono. Perché domani sarà come oggi, se non peggio. Perché domani al lavoro in nero potrebbe far seguito lo spettro della disoccupazione.

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Argomenti: Lavoro
Tag: braccianti lavoro nero terra dei fuochi
Fonte: Avvenire