Se con il Covid i media non mediano più
Se con il Covid i media non mediano più

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Aspetta, questa è facile: perché si chiamano media? Perché mediano tra qualcuno e qualcun altro. Tra le istituzioni e i cittadini, per esempio, ma anche tra gli esperti e chi si rivolge ai media nel tentativo di capirne di più. È andata così fino ad adesso, o almeno fino all’altro giorno. Ma proviamo a immaginare quello che potrebbe capitare se, in situazioni estreme, i media mediassero un po’ di meno e a informare provvedessero direttamente le istituzioni oppure gli esperti. È esattamente quello che è accaduto nei mesi del lockdown e che, sia pure in maniera mitigata, continua ad accadere in questi giorni, tra un prolungamento dello stato d’emergenza e l’ennesimo bollettino sull’andamento dei contagi. Uno scenario in parte imprevisto, che ora viene fotografato con esattezza dall’indagine condotta dal dipartimento di Scienze della comunicazione dell’Università di Urbino per il Festival del Giornalismo culturale, la cui ottava edizione si apre domani. Guidato da Lella Mazzoli, nel giugno scorso il gruppo di ricerca ha interpellato un migliaio di persone – 1.003, per l’esattezza – con l’obiettivo di fare il punto non solo su come si informano gli italiani, ma anche e specialmente su come è stata percepita la qualità delle notizie di argomento scientifico durante la tempesta del coronavirus. Il quadro che ne emerge alterna conferme (come il primato delle televisioni nazionali, stabili all’86%) a elementi significativi di discontinuità.

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Argomenti: Comunicazione
Tag: Coronavirus digitale giornalismo lockdown mass media ricerca
Fonte: Avvenire